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La guerra in Iran ha segnato un brusco rialzo del costo del debito pubblico italiano, con i rendimenti balzati da poco più del 3% a circa il 4%, con un incremento di spesa pubblica di 2 miliardi di euro. È quanto osserva in un illuminante contributo pubblicato sulla sua pagina Facebook oggi dal professor Alessandro Volpi, storico dell’ economia.
“Nel prossimo trimestre – osserva il docente – dovranno essere collocati titoli per oltre 100 miliardi di euro; se i tassi non scenderanno e, anzi, come è probabile, salissero ancora, la spesa salirebbe di altri 2 miliardi di euro, per un totale di 4 miliardi in più”.
La guerra in Iran ha già fatto sballare tutte le previsioni contenute nella Legge di Bilancio che immaginava una crescita all’1,2% e che ora è stimata, ottimisticamente, in 0,5%, con conseguente riduzione del gettito fiscale. Vi è un preciso responsabile, che porta il nome di Donald Trump (in coabitazione con Benjamin Netanyahu) in merito ai guai che verrano presto apportati ai nostri conti pubblici ed alla loro tenuta. Eppure Meloni e compagnia cantante non intendono assolutamente prendere le distanze dal tycoon e dalle sue folli politiche, e non solo quelle belliche.
“Alla luce di ciò, forse – continua Volpi – in una fase di recessione probabile, dovremmo tornare a dedicare più attenzione a quanto l’apparato pubblico spende per politici e alti dirigenti: provo a mettere in fila qualche numero. La Camera dei deputati e il Senato incidono sul bilancio pubblico per quasi 2 miliardi di euro l’anno. Un altro miliardo è relativo alla voce dei Consigli Regionali con retribuzioni medie mensili di 11 mila euro lordi. La “testa” della dirigenza pubblica: Stato, Regioni e enti locali prevede una spesa di 3 miliardi l’anno. Ci sono poi 360 milioni di euro di vitalizi e 560 milioni per i Consigli di amministrazione delle partecipate. In estrema sintesi, siamo di fronte ad una spesa annua di circa 7 miliardi di euro che, forse, di fronte ad una recessione incipiente, dovrebbero essere ridotti per dare il senso della condivisione delle difficoltà. Altrimenti a pagare saranno solo i contribuenti onesti”.
Nel nostro paese il 18% delle partecipate pubbliche non ha dipendenti, ma ha invece amministratori e in generale il costo degli enti “inerti”, appunto, è pari a 12 miliardi di euro. “Non ce lo possiamo permettere”, commenta giustamente lo storico. “Mettendo insieme un taglio delle spese della politica e dell’alta dirigenza e quello degli enti inerti avremmo minori spese, e più risorse collettive, per quasi 20 miliardi di euro. Ci sono poi i casi particolari: Giovanni Malagò, presidente del Coni per 12 anni ha preso ogni anno 179 mila euro e ora Geronimo La Russa, presidente Aci, ne prende 126 mila, a cui aggiunge 24 mila euro come consigliere della Metropolitana di Milano. Si tratta solo di alcuni, macabri, esempi, a cui aggiungerei quello di Luigi Di Maio che per il suo incarico europeo percepisce 300 mila euro l’anno, a cui contribuisce anche il nostro paese”.
