Piergiorgio Buccarella
Esattamente 35 anni fa il continente europeo si svegliava in maniera radicalmente differente rispetto a quanto era stato abituato a partire da 28 anni prima, nell’Agosto del 1961, quando venne eretta dal governo della Repubblica Democratica Tedesca, sotto supervisione sovietica, quella “barriera” che da un punto di vista logistico serviva “semplicemente” ad arrestare l’emigrazione dei cittadini di Berlino Est verso la sponda occidentale della città, ma che da un punto di vista simbolico ha rappresentato per quasi 30 anni la Guerra Fredda e tutto ciò che ne è conseguito in Europa.
La caduta del Muro, e la successiva implosione del Patto di Varsavia e della stessa DDR viene celebrato ed accolto con gaudio dai media nostrani, i quali identificano questa data come «la fine della dittatura totalitaria comunista» e come «la prova oggettiva del fallimento socialista e della vittoria del capitalismo, unico sistema economico sostenibile».
Aldilà della storia dietro la costruzione di questa struttura, in cui si va semplicemente ad attribuire responsabilità quasi esclusivamente all’URSS, non menzionando l’iniziativa anglo-americana nella divisione della Germania subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, vorrei soffermarmi principalmente sugli esiti economici ed internazionali che tale evento ha avuto nel corso dei decenni. Anzitutto, partendo dal contesto interno tedesco, le modalità che si sono viste nel portare avanti la riunificazione hanno costituito le basi economiche nella costruzione dell’attuale progetto economico europeo:subordinando gli altri imperialismi europei alla sua egemonia, plasmando l’area economica europea, il mercato più ricco del mondo, avendo fatto dell’unione monetaria uno strumento per la propria ascesa, espandendo la sua potenza finanziaria ed anche militare.
Mediante il concetto della “libera circolazione delle merci e delle persone in Europa” e della compressione scientifica dei salari all’interno del mercato tedesco la Germania è riuscita a diventare uno dei principali esportatori al mondo ed è riuscita ad acquisire maggiore credibilità dinanzi agli storici alleati statunitensi, da cui però il paese si sta gradualmente distaccando sotto certi punti di vista, andando a costituire un polo imperialista europeo autonomo a guida tedesca.
La compressione e l’assoggettamento dei sistemi economici di altri paesi europei, vedasi il caso greco, ha avuto come prima applicazione concreta proprio la parte orientale della Germania, certamente avente un importante gap con il resto del paese ma comunque dotata di un apparato industriale più che efficiente. L’emblema di questa “economia del saccheggio” fu la nascita dell’agenzia Treuhandanstalt, fondata con lo scopo di privatizzare e svendere a prezzi ridicoli le imprese di stato dell’allora DDR. La distruzione del tessuto sociale costruito in decine d’anni dai lavoratori della DDR rappresentò il passaggio da un tasso di disoccupazione inesistente, a più del 14% (aumentando negli anni fino a raddoppiare). In pochi anni dei 4,5 milioni di operai ne rimasero soltanto 1,5.
Altro fondamentale tassello in questa ben studiata operazione fu l’introduzione nottetempo nei Lander della DDR del marco tedesco occidentale, moneta molto più forte rispetto al corrispettivo orientale, causando di conseguenza l’annientamento dei consumi dei cittadini della DDR e la totale incapacità delle aziende tedesco orientali nell’esportazione di prodotti nei mercati dei paesi dell’Est Europa. Un processo questo che, come si può ben notare, presenta numerose analogie con ciò che è successo anche in Italia, seppur in misura minore, subito dopo l’introduzione dell’Euro.
Passando all’aspetto prettamente internazionale, invece, le conseguenze della caduta del Muro e quindi del Patto di Varsavia, gestita in maniera pessima in primis dalla stessa leadership sovietica di allora, presenta ovviamente degli importanti risvolti anche nell’attualità, specialmente nel caso ucraino.
Nel 1990, in occasione della riunificazione tedesca nella quale l’allora Presidente sovietico Mikhail Gorbaciov ebbe un ruolo fondamentale, venne promesso ufficialmente dagli alleati occidentali di non allargare di “nemmeno un centimetro ad Est l’attuale giurisdizione della NATO” (not an inch of NATO’s present military jurisdiction will spread in an eastern direction,Verbale della Conversazione tra Gorbaciov e Baker, Mosca 9 febbraio 1990, p. 5). Da ricordare, in particolare è il vertice Kohl-Gorbaciov del 10 febbraio 1990. Kohl incassò in quest’occasione l’assenso sovietico all’unificazione della Germania, a patto che la NATO non si espandesse verso est. Ciò è confermato anche da un documento confidenziale della NATO pubblicato recentemente dal famoso giornale tedesco “Der Spiegel”.
Anche negli anni immediatamente successivi, con la fine dell’URSS e l’emergere della Federazione Russa all’epoca guidata dal filo-occidentale Boris Elcin, la questione ebbe la sua importanza e numerose furono le opinioni negative da parte di alti funzionari statunitensi sull’allargamento nella NATO per l’avvio di una nuova politica con l’erede ufficiale dell’Unione Sovietica, ovvero la Federazione Russa. Senza dilungarsi ulteriormente in quella che può essere un analisi ancor più complessa degli eventi che hanno poi portato al conflitto russo-ucraino, è evidente che la pessima gestione da parte di ambo i lati del lascito del Patto di Varsavia e le promesse non mantenute da parte del blocco atlantico hanno posto in qualche modo le condizioni per i tragici eventi che viviamo oggi.
