Ricorre oggi il 33esimo anniversario della Strage di Capaci.
La strage di Capaci del 23 maggio 1992 rappresenta uno degli episodi più drammatici della storia italiana contemporanea e un momento cruciale nel rapporto tra mafia e Stato.L’attentato avvenne sull’autostrada A29, nei pressi di Palermo, dove 500 chilogrammi di tritolo uccisero il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro). L’esplosione creò un cratere di dieci metri e segnò l’apice della strategia stragista di Cosa Nostra.
L’attentato si inseriva in un periodo di massima tensione tra mafia e istituzioni. Il pool antimafia di Palermo, guidato da Falcone e Paolo Borsellino, aveva inferto colpi durissimi all’organizzazione criminale con il maxiprocesso (1986-1987) che aveva portato a centinaia di condanne definitive.
Dopo Capaci e la successiva strage di via D’Amelio (19 luglio 1992), ove perse la vita il magistrato Paolo Borsellino con cinque agenti della scorta, lo Stato italiano mise in campo una reazione senza precedenti:invio dell’esercito in Sicilia, creazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), istituzione della Direzione Nazionale Antimafia, approvazione di leggi antimafia più severe, inasprimento del regime carcerario per i mafiosi (41-bis).
La strage di Capaci come anche quella di Via d’Amelio nascondono diversi punti oscuri, che lasciano pensare ad una “mafia deviata”, utilizzata per fare fuori magistrati, come Falcone e Borsellino, che avevano avviato indagini sull’infiltrazione della mafia negli apparati dello Stato e sulle trattative tra Stato e mafia che compromettevano importanti esponenti delle istituzioni.
