Manuel M Buccarella
Non si placano le polemiche attorno all’ “affare xylella”, in particolare dopo l’ultima conferenza, sabato scorso a Galatone, organizzata dal Comitato Olivivo e da Cambia Menti; l’ennesima conferenza a tema “Xylella: allo stato dei fatti”, già tenutasi in altre località pugliesi, come Sannicandro di Bari, ed avente ad oggetto, tra l’altro, l’esito delle indagini condotte dalla polizia giudiziaria di Bari.
I promotori dell’iniziativa, talvolta bollati come “complottisti” e “negazionisti”, non negano l’esistenza della xylella fastidiosa ma affermano che la stessa non sarebbe che solo uno dei fenomeni determinanti il Codiro, complesso del disseccamento rapido dell’olivo, che si manifesta con disseccamenti del lembo delle foglie (bruscatura), dapprima limitati a rami isolati, poi estesi a intere branche della chioma fino a colpire anche l’intera pianta. Oltre alla xylella fastidiosa, vi sarebbero altri patogeni, come il lepidottero Zeuzera pyrina, che scava nei tronchi e nelle branche delle gallerie che facilitano l’ingresso di miceti, funghi patogeni, tra cui prevalgono quelli dei generi Paheoacremonium e Pheomoniella che invadono il legno necrotizzando le cerchie attive dell’annata. La Xylella fastidiosa è ritenuta dai più, in ambito scientifico ufficiale, la causa principale del Codiro.
L’intero territorio della provincia di Lecce è stato dichiarato ‘zona infetta’ (art.4 comma 2 DEC-UE 2015/789 del 18 maggio 2015). Eppure, dice Crocifisso Aloisi, piccolo olivicoltore salentino e componente del Comitato Olivivo e di Cambia Menti di Galatone, le rilevazioni sulle piante in provincia di Lecce si sarebbero fermate al 2015 e gli olivi colpiti dal batterio della xylella fastidiosa sarebbero una piccola minoranza (non più del 20 percento). Da qui le indagini della polizia giudiziaria di Bari: l’indagine ha riscontrato che la scelta di indicare il batterio come principale patogeno del disseccamento degli ulivi, fa parte di un disegno criminoso, e non si basa su dati scientifici. La procura di Bari ha chiesto l’archiviazione delle indagini, cui è stata fatta opposizione, ma solo per la difficoltà di individuare con precisione gli effettivi responsabili del reato.
La posizione “ufficiale”
Giovanni Melcarne, agronomo ed imprenditore agricolo, presidente del Consorzio di tutela dell’olio Dop Terra d’Otranto, sostenitore della eradicazione delle piante di ulivo malate o al più, di innesti di cultivar resistenti al batterio, non ha dubbi che il Codiro, nella stragrande maggioranza dei casi, sia cagionato dalla xylella.
“Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad una leggera ripresa della Cellina e non della Ogliarola. Questo è ascrivibile ad una riduzione della pressione di inoculo. Negli ultimi mesi in alcune zone si è notata una recrudescenza dei sintomi, complice il caldo torrido estivo. Resta il fatto che, dalle verifiche in laboratorio, la carica batterica di queste piante non è affatto diminuita negli anni e il batterio non è mutato, onde per cui nulla è cambiato e ci si aspetta che, a seconda delle situazioni, i disseccamenti su queste piante prima o dopo torneranno a manifestarsi.Prima ho precisato che la leggera ripresa si è notata su Cellina e non su Ogliarola, perché la prima è più resistente della seconda. Lo dimostra anche la recente pubblicazione scientifica dove gli incroci figli di Leccino x Cellina, hanno maggiore probabilità di essere resistenti dei figli di Leccino x Ogliarola. Cioè la Cellina se incrociata con il Leccino, contribuisce ad aumentare la probabilità di resistenza della sua progenie, grazie al fatto di essere più resistente della Ogliarola”.
Le piante rigenerate
Eppure, dicono dall’altra parte delle barricate, sono state rinvenute, tra Galatone e Collepasso, diverse piante “rigenerate”, tornate verdi e che hanno prodotto dell’ottimo olio, pur se affette da xylella fastidiosa. Lo stesso è accaduto nel Parco Regionale delle Dune Costiere di Ostuni.Centinaia di ulivi colpiti dalla xyella che si sono ripresi spontaneamente e sono tornati a produrre olive e olio con caratteristiche persino migliori di quello tradizionale salentino. Il fenomeno, naturale e ancora tutto da studiare, è emerso dalle visite effettuate nelle campagne di Galatone e Collepasso dal Parco Regionale delle Dune Costiere nel corso della due giorni in cui è stato avviato il progetto di cooperazione transfrontaliera “SusAgri” tra Italia, Albania e Montenegro dedicato all’agricoltura sostenibile e alla resilienza climatica. “E’ come se naturalmente le piante abbiano sviluppato una resistenza e siano rinate”, hanno spiegato gli esperti coinvolti nel progetto che hanno accompagnato i partner albanesi e montenegrini nei sopralluoghi nelle campagne del sud salento. “Il maggior contenuto di polifenoli riscontrato nelle analisi ha reso migliore la qualità di questo nuovo olio rispetto a quello tradizionalmente più dolce”, ha spiegato il docente dell’Università del Salento Franco Fanizzi che ha proposto l’organizzazione di una riunione tra tutti gli studiosi del settore per fare il punto sulla ricerca con le istituzioni. “Uscire dalla logica dell’emergenza per puntare sulla ripresa nella convivenza col batterio, come hanno dimostrato le cure già sperimentate con successo e verificate nell’azienda agricola “Curtimaggi” di Grottaglie”, ha sottolineato il direttore del Parco Michele Lastilla.
Ma Melcarne non crede affatto in una “reviviscenza” degli olivi colpiti da xylella fastidiosa. “Ecco a voi gli ulivi di Collepasso “rinati” che, a partire del servizio Rai, hanno dato origine ad una serie di servizi negazionisti su molte testate giornalistiche.Vi siete mai chiesti perchè nessuno ha fatto girare delle immagini di questi ulivi “rinati” di Collepasso?Ve lo dico io perché questa mattina,grazie a indicazioni certe, sono andato sul sito dove ci sarebbero questi alberi “resilienti”. In uno di questi alberi, c’è del verde frutto dei polloni pedali, dei succhioni germogliati grazie alle capitozzature. Verde frutto anche di una cultivar come la Cellina che è un pò più resistente dell’ogliarola, e verde frutto delle abbondanti piogge di questa annata. Infine, una bassa quantità di inoculo sul territorio… in questa fase cronica della malattia, favorisce la sopravvivenza di piante ancora non completamente morte.Poi ci sono loro: i nuovi e abbondanti disseccamenti, che si vedono benissimo dalle foto. Ma questa è storia vecchia: sono 12 anni che si raccontano improbabili rinascite, seguite da disseccamenti certi. Quindi nulla di nuovo.Ricapitolando:A) Le piante morte in provincia di Lecce restano circa 10 milioni, B) Nessuno dice che chi vuole tentare di convivere con delle piante ammalate non lo possa fare, C) La notizia che le piante si stanno riprendendo è falsa, vedi punto A. D) Se non credete, andate a vedere i dati ufficiali sulle produzioni di olive nella provincia di Lecce.E) Xylella continua a viaggiare, puntando sempre di più verso il nord Puglia”
Il Protocollo Scortichini
Nella famosa querelle si inserisce il Protocollo Scortichini sulle piante d’olivo affette dal batterio della xylella, che porta avanti un’impostazione diametralmente opposta a quella di Giovanni Melcarne e di chi sostiene la natura incurabile del male. Il Protocollo Scortichini si basa sulla convivenza della pianta con il batterio. Il Protocollo si basa su di un trattamento con una somministrazione mensile mediante nebulizzazione della chioma dell’olivo infetto, nel periodo primaverile inizio autunno, di un prodotto – ufficialmente autorizzato come fertilizzante fogliare – a base di zinco-rame- acido citrico, oltre alla rimozione meccanica delle erbe infestanti in inverno e primavera per ridurre il numero di uova e per il contenimento delle forme giovanili del vettore ed a potature leggere dell’albero con cadenze di uno-due anni.Di riscontri ve ne sono stati e ve ne sono anche ora in termini di mantenimento della produttività e di riduzione della carica batterica nelle piante di olivo.
In buona sostanza, il Protocollo messo in atto dagli studiosi del Crea – Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria – diretto dal professor Marco Scortichini, esperto di patologia delle piante, si fonda sulla convivenza della pianta con la malattia, convivenza accompagnata dai descritti trattamenti, malattia che permane nella pianta ma si riduce di intensità, consentendo all’ulivo di fogliare e financo di produrre nuovi frutti utili alla produzione d’olio.
Una relazione di qualche tempo fa di Crea ha messo in evidenza come si verifichi una “consistente riduzione di Xylella fastidiosa nelle piante di olivo trattate per più anni consecutivamente”. Sono state prese in esame piante di olivo – cultivar Cellina di Nardò coltivate a Cannole (Lecce). Le piante testimoni (non sottoposte a nessun tipo di trattamento) presentavano, nell’ottobre 2018, una concentrazione negli estratti fogliari di circa 6 milioni di unità formanti colonie per millilitro del patogeno, parametro ottenuto mediante Pcr quantitativa. Le piante trattate e alle quali viene applicato il protocollo già da 4 anni consecutivamente, già presentano a fine 2018 una concentrazione del batterio molto più bassa del testimone, che, nel corso del 2019, scende fino a circa 300 unità formanti colonie nel luglio, per poi risalire a circa 3.000 unità nell’ottobre sempre di quell’anno (Xylella, il Protocollo Scortichini alla Conferenza Internazionale sui Batteri Patogeni delle Piante, Agronotizie).Un andamento simile della concentrazione di Xylella fastidiosa si è osservato, sempre in agro di Cannole, su piante di olivo di Ogliarola Salentina. Da notare che tutte le piante testimoni limitrofe sono morte nel corso del 2019. L’esperimento è stato ripetuto in agro di Galatone (Lecce) con il medesimo metodo e con risultati confrontabili su piante di olivo di cultivar Leccino, Cellina di Nardò e Ogliarola Salentina e sempre nel biennio 2018-2019. In questo ultimo caso l’andamento della concentrazione del batterio resta decrescente anche nell’ultimo mese di prelievo, l’ottobre 2019, che vede una ulteriore riduzione della carica batterica rispetto ai mesi precedenti. Tutte le cultivar trattate hanno mostrato valori di carica batterica nelle foglie molto simili tra di loro. In entrambe le sperimentazioni si sono ottenute rese produttive tra i 20 e 22 chilogrammi di olive ad albero, con una produzione rapportata all’ettaro di circa 30 quintali. Risultati confermati negli anni più recenti e riconosciuti da autorevoli pubblicazioni scientifiche.
“Questi valori della concentrazione del batterio – ha spiegato ad AgroNotizie Marco Scortichini – fanno la differenza, perché piante trattate con il Protocollo e con concentrazioni di poche migliaia o poche centinaia di unità formanti colonie riescono a vivere e ad essere produttive, non sono piante guarite o risanate, presentano il patogeno, ma la batteriosi viene tenuta sotto controllo e consente all’albero di produrre. Al contrario quelle non trattate, presentano milioni di unità formanti colonie e sono in tutta evidenza piante con la batteriosi fuori controllo, destinate a diventare prima improduttive e poi a morire”.Al Protocollo Scortichini aderiscono un centinaio di “comunità resilienti”.
