Stefano Masson
Era poco più che un’impressione, un vecchio, quasi archeologico pensierino che mi frullava nella testa. Diciamo che adesso quel pensierino ambisce alla certezza.
Sappiamo tutti che il magico recipe per la nuova edizione di un dizionario non è semplicissimo.
Ora, sintetizzando al massimo.
Un po’ di termini desueti, ma quelli più robusti e attestati nella migliore tradizione letteraria o quelli, pur scomparsi, della letteratura e del giornalismo più vicini a noi, otto-novecenteschi. Dunque, ecco che il bizzarro “ingentiluominire”, che pure mi è sempre piaciuto, si dissolve in poco più di cinquant’anni dalle pagine dello Zingarelli, che comunque, ab origine, l’aveva già dato per defunto.
Poi, c’è il 95% del corpo lessicale del dizionario. Il fatto che sia identico alla precedente edizione, non significa che su questo impasto non ci sia parecchio lavoro da fare.
Quello che era vivissimo e pimpante potrebbe oggi accusare qualche malessere; potrebbe persino versare in stato comatoso: e allora zac, una bella crocetta, e lo facciamo ruzzolare nel limbo del desueto.
E poiché la lingua è in costante mutamento, ma quanto a lessico è piuttosto conservatrice, c’è tutto quel pazzesco lavorio di ricerca degli slittamenti di significato e delle nuove accezioni. Per non toccare altre questioni spinosissime: associazioni con preposizioni un tempo sconsigliate e ora di gran moda; pronuncia incerta e così via.
E siccome la lingua cambia, ci sono pure da ritoccare anche molte definizioni e da rinfrescare gli esempi. Infine, arriva la quota che solitamente risveglia l’attenzione del giornalista recensore: i neologismi.
Un po’ di nuovo lessico scientifico (ma senza scadere negli idioletti troppo tecnici), molti forestierismi ben accolti e stabilizzati, nonché qualche parolina di fresca invenzione e di grande successo. Alle nostre latitudini, quota tutto sommato ridotta.
Perché la tradizione linguistica italiana è, sotto questo profilo, molto filtrante e selettiva (da qualche parte avrà certo rilevato la comparsa di “maranzitudine”, ma prima di propinarcela come voce, ci pensa su due volte). E il punto è proprio questo: quale filosofia sottende invece alla redazione del Cambridge? Presto detto, la bulimia. E una bulimia che ama nutrirsi di parole-spazzatura e/o estremamente effimere (come “skibidi” e “delulu”, termini nati su TikTok, il primo qualcosa di strano, assurdo, fuori dall’ordinario e fuori contesto, mentre nel linguaggio dei social media, “delulu” viene detto di chi si abbandona a fantasie irrealizzabili e destinate a essere infrante, per es. vagheggiando relazioni sentimentali con personaggi famosi come creator e influencer ndr)
Il Cambridge tende all’accumulo. Ingurgita tutto ed espelle pochissimo. Lo fa, ovviamente, per ragioni di Marketing: oltre seimila vocaboli a botta “giustificano” l’acquisto immediato. Lo fa, molto meno ovviamente, per visione del mondo e della conoscenza: sotterraneamente, la tradizione empirista anglosassone tende irresistibilmente alla mappatura 1:1 del mondo.
Lo fa, forse non del tutto consciamente e non ovunque, perché una lingua che cresce e si arricchisce “ufficialmente” con questi ritmi iperbolici ambisce a presentarsi come lingua necessaria e padrona. È quindi una delle tante forme dell’egemonia.
E ciò nonostante (anzi, possiamo azzardare: a maggior ragione) sia la lingua veicolare universale, la koinè incontestata degli scambi economici e culturali. Ma concretamente parlata e scritta in forme di estrema povertà lessicale (anche da nativi anglofoni).
E allora il “giochino” si palesa: il funzionale ma derelitto Basic English della Giungla Selvaggia (e anche di buona parte del Giardino Ordinato) guarda questo gonfio, turgido (perché sotto steroidi) Cambridge con lo stesso sentimento di ammirazione e di eterna frustrazione che ha la servitù per le polite e irrangiungibili maniere degli aristocratici.
È un giochino alquanto fessacchiotto, ma pare ci caschino ancora in tantissimi.
