Alfredo Facchini
Milano, 29 agosto 1933. Nasce Pietro Valpreda, anarchico.
Trentasei anni dopo, il suo destino si incrocia con l’abisso. Una vita scaraventata in un inferno kafkiano.12 dicembre 1969, ore 16:37. Una bomba sventra la Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana. Diciassette morti, novanta feriti. Milano insanguinata. Un ordigno inesploso viene ritrovato in piazza della Scala. A Roma altre tre esplosioni: sedici feriti.
Bastano quattro giorni: il colpevole c’è già, si chiama Pietro Valpreda. Non importa che quel giorno sia febbricitante a casa della prozia Rachele. Non importa nulla. Lui ha il volto giusto.
La stampa di regime spalanca le fauci.«Il crimine ha oramai una fisionomia precisa: il criminale ha un volto.» scrive Mario Cervi sul Corriere. Valpreda diventa “il ballerino infermo”, e l’anima corrosa dall’odio. Una caricatura costruita a tavolino, utile alla macchina del fango.La montatura si regge su un tassista, Cornelio Rolandi, che racconta di averlo accompagnato con una valigia in piazza Fontana. Testimone perfetto: la parola che incastra, il dettaglio che condanna. Tutto torna.Valpreda marcisce in galera fino al 1972.
Nel 1979 lo condannano per “associazione a delinquere”: quattro anni e sei mesi. Nel 1981 la sentenza è confermata. Nel 1982 la Cassazione la cancella. Diciotto anni dopo la strage, nel 1987, l’assoluzione definitiva. Per “insufficienza di prove”.
Il 6 luglio 2002 Pietro muore a Milano. Ai funerali, due giorni dopo, tremila persone. Non un addio, ma una testimonianza collettiva: non siete riusciti a seppellirlo sotto le vostre menzogne.Questa è la storia di un uomo fatto a pezzi da una macchinazione di Stato. Una delle più sporche, torbide e vigliacche del Novecento italiano.
