Lavinia Marchetti
Oggi ho seguito l’orrore, una lunga diretta di morte e disperazione. La stretta finale su un popolo martoriato che accumula cadaveri nei sudari. Il livello del genocidio, se mai possibile, si fa sempre più cruento, assistiamo all’esodo forzato di un intero popolo sotto le bombe. Non posso far altro che sistematizzare, dare un riscontro ai fatti, mettere insieme, archiviare, descrivere e organizzare la disposizione del “male” in azione.
BOMBE E FUOCO SU GAZA CITY
La Striscia di Gaza rivive oggi uno dei suoi giorni più cupi. Dall’alba del 29 agosto 2025, Gaza City è travolta da un’offensiva senza tregua: le forze israeliane hanno dichiarato la città “zona di combattimento pericolosa” e hanno scatenato attacchi su vasta scala, ponendo fine anche alle brevi pause umanitarie che finora avevano punteggiato i combattimenti. Colonne di fumo nero segnano il profilo della città, mentre migliaia di civili in fuga si muovono sotto un cielo oscurato dal fumo dei bombardamenti. L’Idf (l’esercito israeliano) rivendica di aver avviato “le prime fasi dell’attacco” con “grande forza” alle periferie urbane, nel quadro di un piano dichiarato di riconquista totale della Striscia e annientamento di Hamas dopo quasi due anni di guerra.
La popolazione intrappolata paga un prezzo spaventoso. Oggi almeno 48 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano nella Striscia, e tra loro vi sono civili colpiti perfino mentre cercavano aiuti umanitari per sopravvivere. Davanti all’ospedale al-Shifa, il principale di Gaza, ormai un guscio devastato, si allineano nuovi cadaveri, i corpi delle vittime avvolti in sudari bianchi, si vedono dai cellulari, in fila. Un uomo culla tra le braccia il cadavere del suo bambino, il volto coperto dalla mano in un gesto di impotenza. “Qual è la ragione? Perché li hanno colpiti mentre dormivano? Cosa aveva fatto un bambino di tre anni?” grida in lacrime Manal Sahweil, che in un attacco aereo notturno ha perso diversi familiari.
ESODO SENZA RIFUGIO
La fine delle “pause” tattiche aggrava una situazione già insostenibile. Per alcune settimane Israele aveva acconsentito, sotto pressione internazionale, a cessate-il-fuoco quotidiani di diverse ore per permettere l’ingresso di aiuti umanitari. Ma oggi persino quella breve tregua è stata abolita: senza alcun preavviso alle organizzazioni umanitarie, alle 10:00 di stamattina l’esercito israeliano ha annunciato che non vi saranno più pause a Gaza City. Ciò segna un’ulteriore escalation dopo giorni in cui i raid aerei sull’area erano già in costante intensificazione. Israele ha mobilitato decine di migliaia di riservisti in vista di un’offensiva di terra su larga scala. Nel frattempo volantini lanciati dagli aerei e messaggi radio intimano per l’ennesima volta ai civili rimasti di evacuare verso il sud.Scene di panico accompagnano questo esodo forzato. Centinaia di famiglie terrorizzate hanno abbandonato oggi Gaza City, stipando quel poco che resta dei loro averi su pickup, camion e persino carretti trainati da asini, come ne avevamo già visti portare mucchi di cadaveri. Molti degli sfollati sono già alla seconda o terza fuga: “Non troviamo alcun posto né a ovest né a sud. Dove andremo? Non lo sappiamo” mormora sconfitto Saddam Yazigi, mentre carica la sua famiglia su un camion in partenza.
In tanti, però, non hanno più la forza (o la possibilità) di fuggire. Circa 440 persone, per lo più anziani, donne e bambini, sono accampate all’interno della Chiesa della Sacra Famiglia, nel centro di Gaza City, e hanno scelto di rimanere nonostante tutto. I sacerdoti sono rimasti con loro, decisi a condividere il destino dei civili che non possono più lasciare la città. “Quando sentiamo avvicinarsi il pericolo, la gente si stringe vicino ai muri, perché è l’unica protezione possibile”, racconta padre Farid Jubran: in quella chiesa le pareti di pietra offrono ben poco riparo, ma la comunità le ha scelte come ultimo baluardo di umanità. Nel frattempo Israele ha bombardato nello Yemen uccidendo il premier degli Houthi, Ahmed al‑Rahawi, insieme ad altri alti funzionari come il ministro della Difesa Mohamed al‑Atifi, il capo di stato maggiore Muhammad Abd al‑Karim al‑Ghamari e il responsabile della difesa Asaad al‑Sharqabi: un’operazione battezzata ‘Operation Lucky Drop’, condotta con dieci missili in meno di cinque minuti, capace di annientare un’intera leadership militare e politica in un sol colpo: un’operazione senz’altro complessa, e prova che quando vuole può colpire chiunque, ovunque. Lo stesso esercito che dice di non essere stato in grado di evitare il 7 ottobre, lo stesso governo che proclama di non riuscire a liberare gli ostaggi.
REAZIONI E IPOCRISIE INTERNAZIONALI
La decisione israeliana di scatenare la battaglia finale su Gaza City ha suscitato allarme e condanne a livello internazionale, come sempre tardive e come sempre senza alcuna conseguenza. Parole a vuoto. Le agenzie umanitarie dell’ONU e varie ONG hanno avvertito che l’impatto su una popolazione già “esausta, denutrita, in lutto, sfollata e privata del necessario per la sopravvivenza” sarà terribile. In altre parole, l’allargamento dell’offensiva su una città devastata e affamata viene visto come un passo che rischia di far precipitare definitivamente la crisi umanitaria. La diplomazia, tuttavia, appare impotente. Alcuni governi iniziano almeno a prendere provvedimenti simbolici. La Turchia ha annunciato oggi la chiusura immediata del proprio spazio aereo e dei porti nazionali a qualsiasi velivolo o nave collegata a Israele, rafforzando così le misure di boicottaggio già in vigore da mesi. D’altro canto, gli Stati Uniti, principale alleato di Israele, invece di premere per una tregua hanno scelto di colpire diplomaticamente la parte palestinese. Washington ha revocato i visti d’ingresso ai rappresentanti dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’OLP, impedendo di fatto al presidente Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e alla sua delegazione di recarsi all’Assemblea Generale dell’ONU il mese prossimo. Nella motivazione ufficiale, il Dipartimento di Stato americano accusa la leadership palestinese di aver contribuito al mancato rilascio degli ostaggi da parte di Hamas e al fallimento delle trattative per il cessate il fuoco. Si tratta di una mossa accolta con entusiasmo dal governo di Tel Aviv: il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha ringraziato pubblicamente il presidente Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio per questo “coraggioso passo” a fianco di Israele.E in Occidente, solo adesso molti riscoprono un’indignazione pubblica verso la carneficina di Gaza, dopo aver taciuto per 19 mesi. Editoriali dell’ultima ora, apparsi perfino su testate autorevoli come il Financial Times o Le Monde, suonano come confessioni tardive, alibi preventivi, lacrime posticce versate su un sangue che ancora scorre. Chi ha sostenuto o tollerato “per diciannove mesi una macchina bellica senza limiti” ora tenta di lavarsi la coscienza, fingendosi improvvisamente “dalla parte giusta della Storia”.
È l’osceno paradosso dei nostri tempi: i complici si travestono da dissidenti proprio quando la distruzione ha già raggiunto il suo apice.
OSTAGGI E RETORICA DI GUERRA
Intanto la propaganda bellica continua da entrambe le parti. Israele celebra come un successo il ritrovamento odierno dei resti di due ostaggi, tra cui il corpo di Ilan Weiss, 55 anni, rinvenuto a Gaza durante le operazioni militari. Weiss era stato sequestrato dai miliziani di Hamas il 7 ottobre 2023 e ucciso già quel giorno mentre veniva trascinato via dal suo kibbutz, Be’eri, teatro del massacro iniziale. Dopo quasi due anni, i suoi resti tornano ora alla famiglia per la sepoltura. Nel dare l’annuncio, il premier Netanyahu ha promesso che “la campagna per riportare a casa gli ostaggi continuerà senza sosta” finché ogni prigioniero, vivo o morto, non sarà restituito. Sulla stessa linea, il portavoce militare Avichay Adraee ha dichiarato che l’esercito “intensificherà gli attacchi fino a quando non avremo riportato indietro tutti gli ostaggi rapiti e smantellato Hamas”.
Nel frenetico elenco dei bersagli eliminati diffuso dall’Idf, figura perfino l’uccisione di un sedicente “capo dell’Isis a Gaza”, un annuncio di dubbia rilevanza, dato che i gruppi affiliati allo Stato Islamico erano stati da anni emarginati dalla stessa Hamas e non giocano alcun ruolo concreto nel conflitto attuale.
Dal canto suo, Hamas alza i toni della sfida. Il portavoce delle Brigate al-Qassam (ala militare di Hamas), Abu Obeida, ha minacciato che l’esercito invasore “pagherà [questo piano] con un bagno di sangue dei suoi soldati”. In un messaggio diffuso sui social, Abu Obeida ha avvertito inoltre che gli ostaggi israeliani ancora detenuti “corrono gli stessi rischi dei combattenti palestinesi” nelle zone di battaglia, lasciando intendere che se qualcuno di loro morirà, la responsabilità ricadrà interamente sul governo di Tel Aviv.
OLTRE IL SILENZIO: LA TESTIMONIANZA DELL’ORRORE
La giornata del 29 agosto 2025 si chiude così su Gaza: nel fragore delle esplosioni, nell’oscurità illuminata da bagliori di fuoco, tra pianti disperati di madri e lamenti sommessi di bambini consunti dalla fame. Il sole cala su una città spettrale e affamata, mentre le bombe continuano a cadere. Ogni detonazione cancella un altro frammento di vita civile, sotto gli occhi attoniti del mondo intero.
