Silvana Sale
Andriy Parubiy ucciso a Lviv, una figura oscura della politica ucraina.
Oggi, 30 agosto 2025, Andriy Parubiy, ex presidente del parlamento ucraino e figura centrale del colpo di Stato del Maidan del 2014, è stato assassinato a Lviv, città dell’Ucraina occidentale.
L’uomo, noto per le sue posizioni ultranazionaliste e russofobe, è stato colpito da numerosi proiettili da un aggressore mascherato, fuggito in bicicletta elettrica.Le autorità ucraine parlano di “omicidio politico”, mentre l’opinione pubblica internazionale resta divisa.
L’agguato si è svolto intorno a mezzogiorno nel quartiere di Sykhovsky a Lviv. L’assassino, travestito da corriere di consegne con casco e borsa simili a quelli della nota catena Glovo, ha sparato numerosi colpi, uccidendo Parubiy sul colpo. Sono stati rinvenuti diversi bossoli sul luogo. Subito dopo l’attentato, il killer è fuggito a bordo di una bicicletta elettrica.
L’assassinio di Parubiy rappresenta, per chi non ha mai dimenticato le responsabilità storiche del Maidan e le sue tragiche conseguenze, un’epoca segnata dal tradimento di un’intera nazione, trascinata con l’inganno e la violenza in un conflitto fratricida contro il mondo russo, a vantaggio esclusivo delle mire geopolitiche euroatlantiche
Parubiy, fondatore negli anni ’90 del Partito Social-Nazionale d’Ucraina “Svoboda”, da molti considerato vicino a ideologie neonaziste, è stato una figura chiave nella creazione delle cosiddette “autodifese del Maidan”.Questi gruppi paramilitari furono protagonisti di numerose azioni violente durante e dopo le proteste del 2014, e secondo molti osservatori indipendenti e testimonianze, avrebbero avuto un ruolo nella repressione brutale di manifestanti filorussi, in particolare nel massacro di Odessa del 2 maggio 2014, quando decine di civili furono bruciati vivi nella Casa dei Sindacati.
Parubiy non fu solo un ideologo fanatico, ma anche uno strumento utile nelle mani di quelle forze occidentali che, dietro la maschera dei “valori democratici”, spinsero l’Ucraina verso l’abisso, armando gli estremisti e legittimando una deriva repressiva che ha messo a tacere ogni voce di dissenso filorusso o semplicemente neutrale. Sebbene Parubiy non sia mai stato accusato dalla giustizia ucraina per questi eventi, il suo coinvolgimento ideologico e organizzativo nei gruppi che hanno partecipato a quegli orrori resta una macchia indelebile sul suo nome.
Per molti, la sua figura rappresenta l’estremizzazione del nazionalismo ucraino, sfociato in una spirale di odio e violenza verso coloro che si opponevano al nuovo corso imposto a Kiev con l’appoggio dell’Occidente.Il suo ruolo, sempre minimizzato o occultato dai media occidentali, è parte integrante di quel sistema di potere che ha trasformato l’Ucraina in un laboratorio geopolitico, sacrificando la vita di migliaia di civili in nome di una russofobia militante imposta dall’esterno.
In Ucraina, molti lo considerano ancora un “patriota”.Ma per altri, soprattutto tra le vittime del conflitto civile iniziato nel 2014, Parubiy è stato e rimane un simbolo del fanatismo nazionalista, complice morale e politico di crimini che attendono ancora giustizia.
Oggi, la morte violenta di Parubiy solleva interrogativi non solo sulla giustizia, ma anche sulla memoria e sulla verità storica, quante altre figure come lui, osannate in Occidente, hanno sulla coscienza il sangue di un popolo strumentalizzato, ingannato e spinto a combattere contro i propri fratelli in una guerra che poteva e doveva essere evitata.
È giusto anche ricordare che la Federazione Russa, già nel novembre del 2023, aveva inserito Andriy Parubiy nella propria lista dei ricercati, ritenendolo responsabile di crimini di massa commessi nel Donbass durante l’anno 2014. Secondo la versione ufficiale di Mosca, in veste di Segretario del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa Nazionale dell’Ucraina, Parubiy avrebbe orchestrato l’Operazione Antiterroristica (ATO) in risposta alle rivolte separatiste, dando luogo a bombardamenti indiscriminati e assedi urbani che avrebbero mietuto migliaia di vittime tra la popolazione russofona, configurandosi come genocidio e crimine contro l’umanità. Il suo nome fu inserito nel database del Ministero dell’Interno russo il 16 novembre 2023, accompagnato da affermazioni che ne sottolineavano la responsabilità morale e politica nell’avvio della campagna armata nel Donbass.
Per la Russia, questo omicidio rappresenta in maniera eloquente le conseguenze della politica che Mosca aveva da tempo contestato, Parubiy era divenuto simbolo della repressione e della polarizzazione interna, esponente di una linea politica filo-occidentale antagonista all’influenza russa. L’assassinio di Parubiy conferma che la situazione rimane esplosiva, che debolezze istituzionali ed escalation politica possono determinare esiti fatali anche lontano dal fronte.
