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OLTRE LA CARICATURA: LA VERITÀ DELLA RESISTENZA

Alfredo Facchini

Spesso, e non volentieri, mi trovo costretto a rispondere a chi mette in dubbio l’autenticità di Hamas, liquidandolo come fanatismo cieco o barbarie religiosa.

È il riflesso di chi preferisce la caricatura alla storia. La realtà è diversa, scomoda, più complessa: Hamas – così come la Jihad Islamica – non è un corpo estraneo, ma la punta armata di un popolo accerchiato.Il radicalismo islamico a Gaza non nasce dal nulla. Affonda le sue radici nei Fratelli Musulmani, movimento fondato in Egitto nel 1928 da Hassan al-Banna con un obiettivo chiaro: liberare il mondo arabo dall’imperialismo e rifondarlo attraverso l’Islam politico.

Fin dall’inizio si muoveva su un terreno articolato: da un lato assistenza sociale e reti di welfare, dall’altro scontro frontale con i regimi arabi corrotti e con il colonialismo britannico e francese.In Palestina i Fratelli arrivano già negli anni ’40, partecipano ai primi scontri contro il nascente Stato di Israele e costruiscono scuole, moschee, associazioni caritative. Dopo l’occupazione israeliana della Striscia di Gaza (1967) diventano progressivamente l’unico spazio religioso organizzato tollerato, mentre la repressione si abbatte durissima sulle organizzazioni laiche e marxiste. Israele chiude un occhio, convinto di poter utilizzare i religiosi come contrappeso alla sinistra rivoluzionaria. Un calcolo miope.Proprio da quel tessuto nascerà, negli anni ’80, Hamas: non una semplice branca dei Fratelli Musulmani, ma la loro metamorfosi palestinese in forza armata e nazionale. La svolta è qui: dal movimento religioso transnazionale a un’organizzazione che si radica nel sangue e nella terra della Palestina occupata. Come disse lo stesso Ahmed Yassin, fondatore di Hamas: «Siamo parte dei Fratelli Musulmani, ma la nostra battaglia è in Palestina. Qui è la nostra missione, qui è la nostra terra».

Negli anni ’70 e ’80 Gaza era dominata dalle forze laiche e marxiste del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e di altre sigle rivoluzionarie. Ma la repressione israeliana da un lato e il logoramento di Fatah dall’altro aprono un vuoto. Quando, nel 1987, esplode la Prima Intifada, Hamas si presenta come soggetto nuovo: milizia armata, ma anche rete sociale, capace di dare risposte quotidiane e di incarnare l’identità popolare.Radicamento sociale, legittimità militare, identità popolare: tre elementi che, la mia amata, sinistra rivoluzionaria aveva progressivamente perso.

Intanto Fatah si consegna alla diplomazia, si logora negli accordi di Oslo, si trasforma in apparato. L’ANP si burocratizza, si ammala di moderatismo e viene accusata di corruzione. In Cisgiordania reprime e collabora con Israele, a Gaza si scontra con Hamas in una guerra fratricida che culmina nel 2007. Da allora Hamas domina la Striscia, Fatah governa Ramallah sotto tutela.

Israele può bombardare a Gaza e trattare in Cisgiordania, nonostante i coloni.Hamas e Jihad diventano la “punta armata” del popolo. Non per santità ideologica, ma perché hanno raccolto il testimone caduto dalle mani di chi si è perso per strada. In Occidente si demonizzano come fanatici, ma centinaia di migliaia di palestinesi li sostengono non per cieca fede religiosa, bensì perché non vedono alternative alla resa.

E il FPLP? Rimane lì, nella sua coerenza laica e rivoluzionaria. Non si dissolve nel progetto islamista, ma non collabora nemmeno con l’ANP. Con Hamas e Jihad i rapporti sono pragmatici: divergenze ideologiche sì, ma convergenza sul terreno. Lo disse con chiarezza Mariam Abu Daqqa, dirigente del FPLP: «Siamo uniti nella lotta per la libertà del popolo di Gaza, ma non può decidere tutto un solo partito».Sono queste parole a illuminare il quadro: la resistenza non è monopolio di un’organizzazione, ma un orizzonte collettivo che attraversa differenze ideologiche e religiose.

Chi riduce Hamas e Jihad a “forsennati fondamentalisti” riproduce la narrazione coloniale. Non vede – che ci piaccia o no – che l’islam politico si è imposto per riempire un vuoto. Finché la Resistenza si giudicherà con le lenti dell’Occidente, si continuerà a scambiare la Resistenza per fanatismo. E non si vedrà la realtà: un popolo che lotta per non sparire.

La storia non è finita.

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