Lavinia Marchetti
Ieri su Repubblica: ARRESI AL PERICOLO ASPETTIAMO IL NOSTRO TURNO[Kholoud Jarada, medico internista di 24 anni. Vive a Gaza City]
Mi sveglio più volte ogni notte, terrorizzata dai suoni delle esplosioni e dalla terra che trema sotto di me. Pensavo di essermi ormai abituata a sentire ogni tipo di orrore, ma il rumore di questi ordigni esplosivi mi blocca il battito cardiaco.
Sembra che il mondo stia finendo intorno a me. Da mesi assisto alla mia città inghiottita da queste esplosioni. Man mano che i suoni si fanno più forti ogni notte, capisco che si stanno avvicinando sempre di più a dove vivo, dove la maggior parte della popolazione è ammassata. Sappiamo che un giorno ci spazzeranno via, speriamo in un miracolo che impedisca che accada.
Ultimamente, hanno iniziato a schierare enormi robot esplosivi costruiti con vecchi carri armati militari ormai fuori uso. Questi possono distruggere e cancellare tutto entro un raggio di 150-300 metri. A volte sento che la casa parzialmente danneggiata in cui abito potrebbe crollarmi addosso.
Sembra che nessuno possa fermare questa catastrofe. Ancora non riesco a credere quanto il mondo intero sia impotente di fronte a tanta crudeltà. Eppure mi dico: «Non è ancora troppo tardi». Mentre attendiamo il nostro turno, noi, cittadini di Gaza City, ci sentiamo completamente impotenti. Vediamo la morte che ci segue. E questa volta, senza nemmeno i consueti annunci sui social media o volantini lanciati dal cielo che ci chiedono di andarcene. Non c’è letteralmente più spazio a sud per contenere il milione di persone attualmente stipate in una frazione minuscola di Gaza City.
Pochi giorni fa, il loro “coordinatore” ha pubblicato una mappa ridicola che mostra minuscoli punti sparsi per chi prevede di spostarsi. La maggior parte di queste aree è estremamente pericolosa, già sovraffollata e nemmeno sufficiente per poche centinaia di persone.Alcune persone che di recente hanno dovuto evacuare e sfuggire alla morte hanno provato a spostarsi a sud come indicato, ma si sono trovate di fronte a difficoltà inimmaginabili e sfide impossibili.
Trovare un appartamento in affitto è impossibile. Tende e latrine non sono disponibili. Non c’è terreno libero per montare una tenda o creare un riparo con teli di plastica e coperte. Alcune famiglie hanno camminato verso sud solo per scoprire che non c’era posto dove stare, e sono dovute tornare indietro, arrendendosi al pericolo.
Anche se sei fortunato abbastanza da trovare una stanzetta a casa di un amico il trasporto stesso diventa un altro fardello insormontabile. Se evacui, devi portare tutto con te, perché ogni oggetto è prezioso e insostituibile: questa volta non si tornerà indietro. Servono materassi per dormire, vestiti logori, il serbatoio dell’acqua, gli utensili da cucina…
Infine, i dettagli più recenti dei loro piani di occupazione ci terrorizzano ancora di più: hanno rivelato che la fase finale è spostarci tutti in un campo a Rafah sud. Lì, prevedono di privarci dei nostri nomi, sostituendoli con numeri. Confischeranno i nostri telefoni e dispositivi per impedire comunicazioni o documentazioni, vieteranno l’accesso alle organizzazioni umanitarie e ai giornalisti e ci confineranno in questi campi per almeno tre anni.
Sta accadendo sotto gli occhi del mondo.
FUGGIRE SCALZI FINO AL PROSSIMO RAID: tra gli sfollati di Gaza City
[Reportage sul Fatto Quotidiano del 3 settembre 2025 di Elina Yazji da Gaza].
Vi riporto qui solo le testimonianze dall’inferno di Gaza City.Fadwa, 42 anni, di al-Zeitoun:“Continuo a chiedermi: vivremo per vedere il domani? I miei figli sopravviveranno alla notte?”
Ahmad, 35 anni, di al-Sabra:“Dormivamo stringendo forte i nostri figli, pregando. Il silenzio tra un’esplosione e l’altra era il suono più forte di tutti.”
Lulu, 8 anni, di al-Zeitoun:“Voglio giocare e lavarmi le mani con il sapone come i miei amici, ma qui non c’è niente. Tutto è polvere e paura.”
Hiba, 13 anni, di Jabalia:“Sognavo la scuola e le giornate estive. Ora sogno solo di sopravvivere.”
Khaled, 57 anni, nonno, di Jabalia:“Abbiamo lasciato metà dei mobili.”Um Hassan, 50 anni, di al-Zeitoun:“Abbiamo corso a piedi nudi.”
Fatima, 60 anni, di al-Zeitoun:“Sono sopravvissuta ad altre guerre, ma mai a una come questa.”Um Ali, 34 anni, madre di quattro figli:“Uso acqua sporca e a volte pochissimo sapone per i miei figli. Temiamo le malattie, ma non abbiamo scelta.”
Yousef, 10 anni, di Sheikh Radwan:“Vorrei potermi lavare le mani ogni giorno con il sapone e giocare in una casa pulita.”
Laya:“Abbiamo perso le nostre case, non abbiamo perso le nostre storie. E finché avremo fiato le racconteremo.”
Adesso basta mettere insieme i due articoli e avremo uno spaccato della vita in Palestina. Non basterà a nessun governo per intervenire. Ma basta a noi per capire a quale dramma inumano stiamo assistendo.
