Alfredo Facchini
GLI OCCHI DI GAZA
Guardo questa foto. Un ragazzino di Gaza, gli occhi bendati. Forse non vedrà più. Forse il buio sarà la sua condanna. Non lo so.E allora penso a me.
Anch’io ho un occhio che non funziona, il sinistro. Rottura della retina da ragazzo. Ci vedo poco o niente. Ma ho potuto curarmi. Ospedali, medici, operazioni. Possibilità di scelta. Fortuna. Io ho 65 anni, e ci sono arrivato.Quel bambino? Quanti come lui non arrivano neanche a poter dire “sono sopravvissuto”. Quanti ragazzini morti. E quanti ancora feriti, mutilati, spezzati dentro e fuori.
Leggevo: sono almeno 40 mila.Mi scava dentro un pensiero assurdo, ma non riesco a scacciarlo: a Gaza, forse, per un bambino, è persino meglio morire che sopravvivere così.E continuo a guardare quella foto. Quegli occhi che non vedono più, o che forse non vedranno mai. Due bende bianche, enormi, come ali spezzate. E una mano fasciata, gonfia, che sembra chiedere aiuto.Mi chiedo che vita lo aspetta. Se ci sarà una scuola, un gioco. O se ci sarà solo il ricordo delle esplosioni, delle urla, delle sirene, delle macerie.
Io, alla sua età, sognavo, inciampavo, cadevo, ma c’era sempre qualcuno che mi rialzava. Lui no. Lui cade e intorno non resta niente.E allora mi sento colpevole, anche senza aver fatto nulla. Colpevole di vivere in un luogo dove – tra cento complicazioni – la medicina e la cura sono diritti. Colpevole di poter parlare di “fortuna” a 65 anni, mentre lui, a sei, sette, otto anni, ha già conosciuto l’inferno.E quel pensiero che mi perseguita ritorna, ostinato: forse, per un bambino di Gaza, morire è meno crudele che restare vivo così. E non riesco a togliermela dalla testa, questa sproporzione, che non è destino ma scelta. Perché non è il caso. È un mondo costruito così: da una parte chi cade e trova una mano, dall’altra chi cade e trova solo polvere, ferro e belve sanguinarie.Io ho potuto salvare qualcosa del mio occhio, lui no. Io ho avuto cure, lui ha avuto una benda. Io sono qui a raccontarlo. E lui? Spero con tutto il cuore di sì.A volte mi sembra che sia già tutto segnato. Ma poi torno a quella foto. E capisco che non posso accettarlo.Guardo quel bambino bendato, con gli occhi che non vedono. Mi sembra che sia il mondo intero a non voler più guardare.Mi sbaglio. Non è meglio morire. Quei bambini devono vivere. Anche per raccontare cosa è stato fatto loro. Perché la loro vita è accusa, testimonianza, condanna di chi li ha ridotti così.
