Lavinia Marchetti
Gaza, Genocidio, giorno 711: la città ridotta a polvere.
Israele ha scelto l’avanzata di terra. I carri armati hanno circondato Gaza City, e il ministro della Difesa Katz, trionfante davanti ai microfoni, ha dichiarato: «Gaza brucia, l’IDF colpisce con pugno di ferro, non ci fermeremo finché la missione non sarà compiuta». La missione, dice lui. Sul terreno rimangono palazzi spezzati, scuole rase al suolo, ospedali presi di mira. Gaza, come si vede dalle foto è una carcassa fumante.
I testimoni parlano di bombardamenti senza tregua, di urla dalle macerie. «Colpiscono ovunque», ha detto un uomo in fuga, «non c’è rifugio possibile». Le cosiddette aree sicure, come il corridoio di al-Mawasi, sono prive di acqua e cibo, e persino lì cadono bombe. Secondo il Ministero della Salute di Gaza il numero dei bambini morti supera i 26.000. Solo nelle ultime ore altri cinquantuno corpi sono stati estratti dalle rovine, tra cui due gemelli di sei anni.
A Gerusalemme le famiglie degli ostaggi gridano contro Netanyahu. Si sono radunate davanti alla sua residenza, accusandolo di sacrificare i loro figli. Einav Zangauker, madre di Matan, rapito da Nir Oz, ha gridato alla moglie del premier: «Sara, vieni fuori e dimmi come mi hai mentito, promettendomi che avresti riportato indietro tutti. Basta bugie». Netanyahu, informato della protesta, ha lasciato la casa pochi minuti prima. La fuga come unica risposta. Un uomo coraggioso…
Da Gaza Hamas accusa il premier israeliano di essere un criminale di guerra, responsabile della sorte dei prigionieri. Il comunicato parla di «campagna fascista di annientamento» e attribuisce agli Stati Uniti la complicità diretta nell’escalation. Trump, dall’altra parte dell’oceano, ha minacciato: «i giochi sono fatti» se Hamas userà gli ostaggi come scudi umani.
Netanyahu lo ringrazia, ma intanto continua a respingere ogni proposta di tregua.Anche lo stato maggiore israeliano aveva messo in guardia: il capo di Stato Maggiore Zamir e i vertici dei servizi segreti avevano chiesto un negoziato, non l’allargamento della guerra. Netanyahu ha scelto l’opposto, ignorando le voci interne. Ha preferito ascoltare la sua coalizione messianica, pronta a far cadere il governo se l’attacco si fosse fermato.Così Gaza City brucia. L’operazione militare si trascina tra cumuli di cadaveri e disperazione. Gli applausi dei potenti coprono per un istante il frastuono, ma al calare del 711° giorno non resta che una distesa di macerie e un vuoto che inghiotte anche la speranza. Il genocidio ha divorato la città, e insieme ad essa la possibilità di un futuro per il popolo “Palestinese”. Ed è solo l’inizio, dice Netanyahu, nel solito delirio che, purtroppo, costerà la vita a centinaia di migliaia di persone.
