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LA VIGLIACCHERIA FILONAZISTA DI ISRAELE NEL MITRAGLIARE UNA CISTERNA D’ACQUA DIRETTA AI CIVILI CHE MUOIONO DI FAME E DI SETE SOTTO VIOLENTI BOMBARDAMENTI

Lavinia Marchetti

Medici senza frontiere ha fatto un comunicato in cui ci segnala che Il 15 settembre, a Gaza City, quartiere Sheikh Radwan, un camion di Medici Senza Frontiere che trasportava diecimila litri di acqua potabile, con la rotta e l’orario comunicato all’IDF e al governo israeliano è stato mitragliato. Il veicolo, segnalato in modo chiaro, come previsto, è stato crivellato di colpi.

MSF parla di atto deliberato. Non di errore. Una cisterna perforata equivale a un corpo trafitto: non si colpisce un soldato, si colpisce la sete di un popolo intero che aspetta un po’ d’acqua per provare a sopravvivere, le temperature superano i 30°.

Questo episodio mi ha ricordato un passaggio di Primo levi. Il nazismo aveva trasformato l’acqua in strumento di tormento. Nei convogli e nei campi, la sete diventava arma di disgregazione. Primo Levi lo ha scritto senza veli: la fame stanca, la sete fa impazzire. È più crudele della fame, perché non concede pause.A Gaza, oggi, il gesto si ripete. Si colpisce l’acqua, non perché sia un obiettivo militare, ma perché è la misura della vita.

La guerra che toglie l’acqua non mira a vincere una battaglia: vuole insegnare la disperazione. È il ritorno di una logica che pensavamo sepolta, invece continua a scorrere, come un veleno.Poiché mi ha ricordato un episodio che Primo Levi racconta in modo magistrale e devastante come sempre, vediamo, mai come oggi, la connessione col nazismo.

Ecco il passaggio: Primo Levi, I sommersi e i salvati (episodio della sete ad Auschwitz, agosto 1944)«Nell’agosto del 1944 ad Auschwitz faceva molto caldo. Un vento torrido, tropicale, sollevava nuvole di polvere dagli edifici sconquassati dai bombardamenti aerei, ci asciugava il sudore addosso e ci addensava il sangue nelle vene. La mia squadra era stata mandata in una cantina a sgomberare i calcinacci, e tutti soffrivamo per la sete: una pena nuova, che si sommava, anzi, si moltiplicava con quella vecchia della fame. Né nel campo né nel cantiere c’era acqua potabile; in quei giorni mancava spesso anche l’acqua dei lavatoi, imbevibile, ma buona per rinfrescarsi e detergersi dalla polvere.Di norma, a soddisfare la sete bastava abbondantemente la zuppa della sera e il surrogato di caffè che veniva distribuito verso le dieci del mattino; ora non bastavano più, e la sete ci straziava. È più imperiosa della fame: la fame obbedisce ai nervi, concede remissioni, può essere temporaneamente coperta da un’emozione, un dolore, una paura (ce ne eravamo accorti nel viaggio in treno dall’Italia); non così la sete, che non dà tregua. La fame estenua, la sete rende furiosi; in quei giorni ci accompagnava di giorno e di notte: di giorno, nel cantiere, il cui ordine (a noi nemico, ma era pur sempre un ordine, un luogo di cose logiche e certe) si era trasformato in un caos di opere frantumate; di notte, nelle baracche prive di ventilazione, a boccheggiare nell’aria cento volte respirata.L’angolo di cantina che mi era stato assegnato dal Kapò perché ne sgombrassi le macerie era attiguo ad un vasto locale occupato da impianti chimici in corso di installazione ma già danneggiati dalle bombe. Lungo il muro, verticale, c’era un tubo da due pollici, che terminava con un rubinetto poco sopra il pavimento. Un tubo d’acqua? Provai ad aprirlo, ero solo, nessuno mi vedeva. Era bloccato, ma usando un sasso come un martello riuscii a smuoverlo di qualche millimetro.Ne uscirono gocce, non avevano odore, ne raccolsi sulle dita: sembrava proprio acqua. Non avevo recipienti; le gocce uscivano lente, senza pressione: il tubo doveva essere pieno solo fino a metà, forse meno. Mi sdraiai a terra con la bocca sotto il rubinetto, senza tentare di aprirlo di più: era acqua tiepida per il sole, insipida, forse distillata o di condensazione; ad ogni modo, una delizia.Quant’acqua può contenere un tubo da due pollici per un’altezza di un metro o due? Un litro, forse neanche. Potevo berla tutta subito, sarebbe stata la via più sicura. O lasciarne un po’ per l’indomani. O dividerla a metà con Alberto. O rivelare il segreto a tutta la squadra.Scelsi la terza alternativa, quella dell’egoismo esteso a chi ti è più vicino, che un mio amico in tempi lontani ha appropriatamente chiamato “nosismo”. Bevemmo tutta quell’acqua, a piccoli sorsi avari, alternandoci sotto il rubinetto, noi due soli. Di nascosto; ma nella marcia di ritorno al campo mi trovai accanto a Daniele, tutto grigio di polvere di cemento, che aveva le labbra spaccate e gli occhi lucidi, e mi sentii colpevole.Scambiai un’occhiata con Alberto, ci comprendemmo a volo, e sperammo che nessuno ci avesse visti. Ma Daniele ci aveva intravisti in quella strana posizione, supini accanto al muro in mezzo ai calcinacci, ed aveva sospettato qualcosa, e poi aveva indovinato. Me lo disse con durezza, molti mesi dopo, in Russia Bianca, a liberazione avvenuta: “perché voi due sì e io no?” Era il codice morale “civile” che risorgeva, quello stesso per cui a me uomo oggi libero appare raggelante la condanna a morte del Kapò picchiatore, decisa e compiuta senza appello, in silenzio, con un colpo di gomma per cancellare. È giustificata o no la vergogna del poi?»

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