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SULLA MERAVIGLIOSA MANIFESTAZIONE DI SABATO A ROMA

Alfredo Facchini

Ho letto articoli, reazioni, commenti sulle solite testate. Il novanta per cento: immondizia. Ottimo segno. Vuol dire che un milione, forse due, oggi hanno colpito nel vivo. Hanno toccato un nervo scoperto. Quando le masse si muovono in modo così inaspettato, è perché qualcuno ha detto la verità.Ma l’aspetto che mi ha colpito di più – a me che ho i capelli bianchi da un pezzo – è stata la presenza imponente dei giovani. Una generazione che non si limita più a guardare. Non cercano eroi, non aspettano maestri: si muovono come se il tempo avesse smesso di concedere proroghe.

Erano lì per la Palestina, per la Flotilla, ma anche perché è stato travalicato un limite invalicabile. A Gaza si è toccato il fondo dell’umano. Qualcosa di pre-politico. E proprio per questo – per la prima volta dopo tanto – si intravede qualcosa che somiglia a una possibilità.Sono sempre stati descritti dalle sociologie come apatici, indifferenti, inchiodati agli schermi, incapaci perfino di desiderare. Una generazione data per spenta. E invece eccoli: concreti, taglienti, vivi. Non credono alle favole della crescita, né alle liturgie della democrazia vuota. Parlano poco, ma ogni gesto pesa. Hanno fame, ma non di consumo: di senso. Non voglio tirarli per la felpa. Non hanno bisogno di indicazioni, né di benedizioni. Sanno perfettamente cosa non vogliono più.Non hanno più tempo per i sermoni, per i padri che spiegano il mondo come se il mondo non fosse già crollato.

Li guardo e capisco che non aspettano nessuno, tantomeno noi. E fanno bene.Perché ogni volta che una generazione smette di chiedere il permesso, qualcosa – nel profondo – ricomincia a respirare.

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