Lavinia Marchetti
«NON CI SONO SCUOLE A GAZA PERCHÉ NON CI SONO PIÙ BAMBINI» [Amsterdam, 6–7 novembre 2024. Europa League, Ajax–Maccabi Tel Aviv]
Riga, 8 agosto 2025. Skonto Stadium, si respira ancora estate quando, dopo sessanta secondi, una scia di scintille attraversa l’aria. Settore ospiti del Beitar Jerusalem. Un ragazzo con il passamontagna accende petardi, li lancia tra le file, un seggiolino brucia. Sul parapetto pende “La Familia”, il gruppo ultrà di estrema destra del Beitar: nato a metà anni Duemila, famoso per i cori continui che augurano la “MORTE AGLI ARABI” in tutte le forme, nome che racconta anni di razzismo contro palestinesi, vecchi arresti per armi, pestaggi e droga e cortei con invettive di morte.
In strada, a partita finita, la scorta trattiene i gruppi, i razzi fendono il traffico. Poche ore prima, a Bucarest, la stessa gente aveva urlato “Morte agli arabi”. Il calcio viaggia con l’odio che lo segue. Certo non sono solo i tifosi israeliani a portare l’odio nel calcio, però con un genocidio in corso risultano più intollerabili e scatenano, inevitabilmente risposte più accese.
Il Beitar espone una particolarità: l’assenza totale di calciatori arabi per un’intera storia sportiva (più di 80 anni di razzismo), una scelta applaudita dalla sua curva più dura. Itamar Ben-Gvir, ministro della destra israeliana, ama quei colori e la sua politica razziale, ovviamente. Il club diventa emblema politico. Lo stadio il suo altare al colonialismo.
Amsterdam, 6–7 novembre 2024. Europa League, Ajax–Maccabi Tel Aviv. La città registra due giornate storte. Nella vigilia sventola una bandiera, qualcuno la toglie dal balcone e la brucia. Un taxi finisce crivellato di colpi di rabbia. In mezzo alla calca si levano “fuck you, Palestine” e “olé, olé, che l’IDF vinca, fottiamo gli arabi”.
La seconda resta nelle cronache. Le autorità cittadine riferiscono il coro: «NON CI SONO PIÙ BAMBINI A GAZA», anche nella variante «NON CI SONO SCUOLE A GAZA PERCHÉ NON CI SONO PIÙ BAMBINI». Il giorno dopo: sessantadue persone in custodia, e molti feriti.
Israele, 2 settembre 2024. Hapoel Be’er Sheva–Bnei Sakhnin (il Bnei Sakhnin è il club simbolo dei cittadini palestinesi d’Israele: sede a Sakhnin, Galilea; bandiere palestinesi sugli spalti; stadio Doha nato grazie a una donazione del Qatar; prima squadra araba a vincere la Coppa di Stato nel 2004). L’inno suona, una parte del settore ospite volta le spalle. Il rettangolo diventa corridoio d’assalto: i sostenitori di casa attraversano il campo con bastoni lunghi e colpiscono gli avversari. Dodici arresti. Giocatori e arbitri fuggono. La Federcalcio annulla la partita e rimanda tutto ai giudici.
L’immagine rimane: armi improprie in mano a tifosi, aggressione a sfondo etnico in un impianto professionistico.
Gerusalemme, 30 maggio 2025. Area di Teddy Stadium. Due autisti arabi di autobus vengono circondati. I colpi arrivano rapidi, insieme alla formula peggiore: “Morte agli arabi”. Ahmad Kar’in, uno dei due, parla di una lunghissima attesa per la pattuglia. Il sindaco condanna, il presidente della Repubblica condanna. Tutti condannano, ma dopo l’efficientissima indagine, nessun fermo. Restano un volto tumefatto e la voce di un lavoratore che teme per la sua sicurezza a rientrare a casa.
L’Europa riceve tutto questo e si attrezza. Bologna, basket, novembre 2024: il Consiglio di sicurezza nazionale israeliano invita i propri sostenitori a evitare la trasferta dopo gli incidenti di Amsterdam. Udine prepara filtraggi, percorsi separati, e una gestione dell’ordine pubblico con agenti del Mossad al seguito della nazionale israeliana. Ogni partita con una squadra israeliana diventa una sorta di esercizio di prevenzione.
Nel frattempo la domanda arriva sulla scrivania di Nyon. La UEFA sospese la Russia pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina. Qui tutto ristagna. La parola più ripetuta dagli addetti ai lavori è “doppi standard”. La portavoce della Federcalcio Palestinese, Dima Said, lo dice nel modo più sobrio possibile: vedere tolleranza verso cori che invocano stermini ferisce chi gioca e chi guarda.
Le cifre arrivano dai comunicati ed i comunicati vanno sempre per difetto: 421 calciatori palestinesi uccisi (su 808 atleti complessivi), impianti cancellati, famiglie di calciatori scomparse. [PFA, 7 agosto 2025] Lettere di giuristi e studiosi chiedono l’esclusione di Israele dai tornei europei, ricordano il precedente sudafricano, nominano lo sportswashing. Il punto etico resta semplice: il calcio sostiene regole antirazziste, poi lascia in campo cori di eliminazione per appartenenza etnica, cori che festeggiano lo sterminio etnico di bambini.
Tra principio e prassi si apre un vuoto, credo mai così evidente in tutta la Storia. I calciatori palestinesi non possono partecipare: sono tutti morti. Quindi le obiezioni: “Punirebbe anche atleti contrari all’odio”, appaiono piuttosto ridicole. E comunque così accadde con Sudafrica e Russia: la chiusura generò pressioni sulle azioni politiche dello stato.
A me il calcio non interessa, ma quando diventa politica e purtroppo lo diventa quasi sempre, si tratta di un “evento” al di là del contenuto. In un paese come il nostro le differenze tra una partita di calcio e un incontro del G8 sono minimali.
Una nazionale di calcio, piaccia o meno, rappresenta chi la manda in campo. Quando l’ordinamento che la invia pratica colonizzazione d’insediamento ed è accusato nelle sedi internazionali di genocidio, il gioco smette di essere solo gioco. Il cessate il fuoco con liberazione di ostaggi e prigionieri tra Hamas e Israele offre respiro, sicuramente, ma non pone nessuna garanzia sulla cessazione della colonizzazione e dell’apartheid, anzi, probabilmente la rafforzerà. Il fatto che ancora non ci sia stata nessuna assunzione di responsabilità, nessuna condanna, dopo crimini atroci, di certo non ci consente di dare il via libera a questa partita. Non doveva essere giocata. C’è poco da aggiungere.
