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IL GRADO ZERO DELLA CIVILTÀ OCCIDENTALE. IL TRATTAMENTO RISERVATO DALLE GUARDIE ISRAELIANE AD UN’ATTIVISTA EBREA USA DELLA FLOTILLA

Alfredo Facchini

Quando la tortura diventa linguaggio amministrativo e la politica si trasforma in apologia di genocidio.

«Sono stata appesa per i polsi e per le caviglie, ammanettata con catene di metallo, colpita a stomaco, schiena, viso, sull’orecchio e sulla testa da un gruppo di guardie, uomini e donne, una delle quali si è seduta sul mio collo e sul mio viso, impedendomi di respirare». Denuncia Noa Avishag Schnall, cittadina ebrea americana e fotoreporter. Documentava la missione umanitaria della nave Conscience, parte della Gaza Coalition Flotilla.

Noa è stata sequestrata, picchiata, torturata dagli aguzzìni israeliani.Ne parliamo noi, perché il silenzio delle cancellerie è più assordante delle urla nelle celle. Tacciono gli Stati, tacciono i ministri, tacciono i media embedded. Non una parola, non una nota diplomatica, non un sussulto morale. La tortura non scandalizza: è diventata linguaggio amministrativo, gesto tecnico, protocollo di sicurezza.Tutti gli attivisti delle missioni umanitarie sono stati torturati, vessati, umiliati. Da Noa a Greta e le cancellerie tacciono. Perché riconoscere la tortura significherebbe riconoscere il mostro che hanno nutrito. Perché l’orrore, se serve agli alleati, smette di essere orrore.Al massimo diventa “uso eccessivo della forza”. Chiamano così anche il Genocidio, figuriamoci. È il lessico burocratico delle democrazie armate. È la neolingua dei complici: un disinfettante tossico.Questo è il grado zero della civiltà occidentale. Quella che predica diritti e legalità è la stessa che definisce show il discorso di Trump alla Knesset, dove si è vantato di aver venduto a Israele tutte le armi possibili e inimmaginabili, congratulandosi per “averle usate bene”.

Quando un leader politico, dal pulpito di un parlamento, si vanta della fornitura di armi impiegate in massacri di civili, e lo fa con toni celebrativi, non è più propaganda: è apologia di genocidio.In quel momento, la parola smette di essere opinione e diventa parte del crimine. Perché il genocidio non vive solo di bombe e ordini militari: vive anche di discorsi che lo giustificano, lo esaltano, lo rendono accettabile agli occhi del mondo.

Chissà se un giorno la Storia – quella vera, quella che non dimentica – ne chiederà conto…

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