Carlo Seclì
Israele, lo Stato che sta commettendo il genocidio nella Striscia di Gaza da due anni, si sente libero di agire impunemente e non solo, perché di fronte ad ogni richiamo internazionale aumenta l’intensità e la crudeltà dei suoi crimini, mostrando a tutto campo di essere tra i “padroni” del mondo. Il suo imperialismo, tratto caratteristico del sionismo, la dottrina fondatrice dello stesso Stato israeliano (teorizzata a partire dalla fine dell’Ottocento dall’intellettuale ebreo Theodor Herzl e messa in pratica dall’inizio del Novecento), è ben diverso da quello americano, che si esprime nelle guerre di “esportazione della democrazia”, avviate sistematicamente all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono.
L’imperialismo sionista, nonostante l’utilizzo di tecnologie militari avanzatissime, assume una forma più antica, che va oltre il moderno colonialismo tipico degli USA.
Israele prosegue rigorosamente nella sua politica di segregazione etnico-religiosa dei Palestinesi, rinchiusi entro confini blindati sia a Gaza che in Cisgiordania, colonizzando e annettendo sempre più territori, sterminando la popolazione gazawi ridotta alla fame e annunciando piani di conquista della loro terra, da sfruttare economicamente assieme al suo alleato americano Trump, con la garanzia dell’ex premier britannico Tony Blair (protagonista assieme a Bush dell’invasione dell’Iraq nel 2003), per il progetto miliardario “Great Trust”. Tale forma di dominio si basa sulla logica della cancellazione dell’esistenza e dell’identità dell’intero popolo palestinese, i cui superstiti saranno obbligati o a migrare in altri paesi o, qualora scegliessero di rimanere nella Terra Santa occupata, a vivere in condizione di sottomissione al popolo “eletto” di Israele.
Il neo-colonialismo Usa, invece, non ha come obiettivo l’espansionismo territoriale in senso stretto (che a livello di basi militari però continua ad avvenire con l’allargamento della Nato), ma è articolato in due fasi. Si parte dal pretesto politico, che accomuna democratici e repubblicani, di voler esportare la democrazia in stati del Medio Oriente governati da regimi autocratici anti-americani, come è stato per l’Afghanistan (2001), per l’Iraq (2003), la Libia (2011) e da ultimo il tentativo in Iran, lo scorso giugno, al seguito di Israele: in questi casi gli States sono riusciti, a suon di bombe e anche con falsi pretesti (le armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein), a rovesciare queste autocrazie e a rimpiazzarle con governi fantoccio filo-statunitensi. In un secondo momento questi nuovi leader alleati aprono agli USA le porte dello sfruttamento intensivo delle risorse petrolifere dei rispetti paesi, stipulando affari economici per entrambi molto vantaggiosi, ma non certo per i popoli locali.
Un imperialismo, quello americano, meno dottrinale e senza componenti teocratiche rispetto a quello israeliano, ma non certo meno violento ed egemone. Si potrebbe definire un “suprematismo economico-finanziario”. Nonostante queste differenze, tuttavia, ciò che rimane è sempre la peggiore natura predatoria di due stati con una politica volta ad ingigantire le tasche delle grandi lobbies commerciali, finanziarie e militari, mantenendo i paesi europei e asiatici alleati sotto il proprio dominio, manifestato a suon di dazi, esportazioni di gas liquido enormemente costoso e sempre maggiori investimenti in armi, imposti e passivamente accettati dal Vecchio Continente.
