Lavinia Marchetti
Dall’ 11 settembre in poi la formula è sempre la stessa. E a Israele serviva il proprio 11 settembre, divenuto il triste 7 ottobre, per avere licenza di uccidere e sterminare senza che nessuno possa anche balbettare di chiederne conto.
La formula è la stessa. Una barca “usata dai narcos”. Un ospedale “usato da Hamas”. L’oggetto diventa colpevole per contiguità. Somiglia molto a quando nell’800, nelle campagne, per curare una ferita da chiodo rugginoso si disinfettava il chiodo e non la ferita.
La presunzione si rovescia e la prova evapora.«Narcos» e «Hamas» sono due etichette che simboleggiano un medesimo scarto dal diritto, infatti c’è un punto in cui il linguaggio piega la realtà: quando un governo chiama “terroristi” gli imputati di traffico di stupefacenti PRESUNTI e, con quell’unica parola, sposta l’intero quadro normativo dall’ambito di polizia giudiziaria a quello di guerra.
Negli ultimi due mesi, gli Stati Uniti hanno colpito con munizionamento a guida aerea imbarcazioni “sospette” tra Caraibi ed Est Pacifico, annunciando di volta in volta “x terroristi uccisi, nessun ferito tra le forze USA”.
La formula è ricorrente, uguale identica (ricordate?) a quella dei comunicati durante l’Afghanistan. Reuters ha riportato la prima ondata del 3-4 settembre: undici uccisi su una barca indicata come legata al Tren de Aragua; dichiarazione ufficiale: “The strike resulted in 11 terrorists killed in action. No U.S. Forces were harmed in this strike”.
Il 31 ottobre la stessa agenzia ha pubblicato un quadro giuridico delle operazioni successive, segnalando, a chi ha ancora un pensiero, qualcosa che non torna: Washington parla di “narco-terroristi” e di un conflitto armato fuori dai confini; organizzazioni per i diritti umani lo definiscono omicidio extragiudiziale perché manca la minaccia imminente alla vita e mancano nomi, prove, catene di custodia delle prove. Qui siamo ben oltre la retorica. Siamo nella costruzione di uno stato d’eccezione permanente anche in mare aperto. Il diritto internazionale distingue due cornici. Nel diritto dei conflitti armati valgono le regole di condotta delle ostilità; nel diritto internazionale dei diritti umani, applicabile alle operazioni di polizia, vale il principio di necessità e proporzionalità con l’uso letale solo per fermare una minaccia immediata alla vita e se i mezzi meno lesivi risultano inadeguati. Il passaggio dall’una all’altra richiede presupposti di fatto: esistenza di un conflitto armato, organizzazione e intensità delle ostilità, imputabilità a una parte del conflitto. Chiamare “terroristi” dei sospetti trafficanti, in acque internazionali, non basta a trasformare un’operazione di inseguimento, abbordaggio, sequestro e arresto in un teatro di ostilità tra parti belligeranti. E di certo non giustifica portaerei e un assetto dell’esercito statunitense da terza guerra mondiale…
DOMANDA FACILE FACILE: se un cittadino statunitense, sospettato di narcotraffico, navigasse verso le acque venezuelane e Caracas lo colpisse con un raid aereo in alto mare, annunciando poi “terrorista neutralizzato, nessun ferito tra le nostre forze”, quale sarebbe la reazione di Washington? Perché si potrebbe anche scoprire che quell’imbarcazione non aveva nulla a che fare col narcotraffico, per questo si fanno i processi…
Il principio di reciprocità illumina la sostanza del diritto: le regole servono perché valgono per tutti. Una dottrina che legittima il fuoco preventivo extraterritoriale contro “terroristi-narcotrafficanti” in assenza di imminenza reale crea un precedente spendibile da qualunque attore statale. E alimenta ciò che in America Latina viene percepito, da governo e opposizioni, come una militarizzazione nordamericana della regione.Quando l’Esecutivo ridefinisce da solo la cornice giuridica di un’azione letale, la dialettica tra poteri si assottiglia. Lo segnala anche il dibattito congressuale interno negli Stati Uniti: persino sostenitori storici di un’ampia discrezionalità presidenziale chiedono trasparenza su basi legali, armi impiegate, identità delle vittime; altri parlano apertamente di abuso di poteri di guerra. La questione non attiene solo al continente americano. Attiene a una trasformazione più ampia: la sostituzione della prova con l’enunciato, del processo con il comunicato. Gaza fa da specchio alla morte del diritto. La giustificazione “terrorista”, come enunciato, le prove non servono più, basta per far saltare in aria ospedali, scuole, moschee, università, abitazioni civili. Così agli USA basta il “terrorista”, o Narcos che è il nuovo “terrorista”, per uccidere, così, senza battere ciglio. A voi sembra normale? A me per niente.
