Il 10 novembre 1975 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 3379, una delle più controverse della storia dell’ONU.
Con 72 voti favorevoli, 35 contrari e 32 astensioni, il testo dichiarava che “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale”.
La risoluzione nacque in un clima di forti tensioni internazionali, segnato dalla Guerra Fredda, dalla crescente influenza del movimento dei Paesi non allineati e dal sostegno del blocco sovietico e arabo alle cause anticoloniali e palestinesi. Molti Stati considerarono il sionismo — movimento politico ebraico che sosteneva il diritto del popolo ebraico a una propria patria in Palestina, ad esclusione dunque degli arabi palestinesi— come un’ideologia di esclusione e discriminazione nei confronti dei palestinesi.
Israele e i suoi alleati reagirono con indignazione. L’ambasciatore israeliano Chaim Herzog, in un gesto rimasto simbolico, strappò la copia della risoluzione durante il suo intervento all’Assemblea, definendola una “macchia sull’onore delle Nazioni Unite”.
Gli Stati Uniti e gran parte dei Paesi occidentali votarono contro, accusando l’ONU di aver politicizzato il tema dei diritti umani.
La risoluzione rimase in vigore per sedici anni, fino al 1991, quando l’Assemblea Generale la abrogò con la Risoluzione 46/86. L’annullamento, avvenuto in un contesto di distensione internazionale dopo la fine della Guerra Fredda e in vista della Conferenza di pace di Madrid, segnò un passo importante verso il riavvicinamento diplomatico tra Israele e molti Paesi che in precedenza l’avevano isolato.
Il resto è, purtroppo, storia dei nostri giorni..
