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Fidel Castro e Yasser Arafat se, un’amicizia forgiata nella lotta contro l’occupazione israeliana

Silvana Sale

Tra i grandi legami della storia del Novecento, pochi furono intensi, simbolici e umani quanto quello tra Fidel Castro e Yasser Arafat. Due figure apparentemente lontane, nate in mondi diversi, ma unite dalla comune convinzione che l’indipendenza dei popoli oppressi non sia un sogno, bensì un diritto non negoziabile. Il loro rapporto, costruito su una fratellanza rivoluzionaria, una stima profonda e una solidarietà senza compromessi, è stato molto più che un’alleanza politica, fu un’amicizia vera, nutrita da gesti, parole e azioni concrete, e accompagnata da un affetto sincero che attraversò decenni, guerre e resistenze.

Cuba fu uno dei primi paesi al mondo a riconoscere l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (PLO), già nel 1964, quando pochi nel mondo osavano considerare legittima la voce di un popolo senza Stato. Fu Fidel, nel 1973, a compiere un atto storico, durante il vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati ad Algeri, annunciò ufficialmente la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele. Un gesto clamoroso, che sorprese molti, ma che rivelava la coerenza totale della sua visione, non si poteva lottare contro l’imperialismo negli altri continenti e, allo stesso tempo, accettare in silenzio l’occupazione e l’espulsione sistematica del popolo palestinese. Da quel momento, Cuba e la Palestina furono legate non solo dalla politica, ma da una dichiarazione morale.

Nel settembre del 1979 Fidel Castro ospitò a L’Avana la VI Conferenza del Movimento dei Paesi Non Allineati. Davanti a decine di delegazioni, proclamò la causa palestinese come centrale per la giustizia globale. Ma fu il 12 ottobre dello stesso anno, alle Nazioni Unite, che la sua voce risuonò con una potenza che avrebbe segnato la memoria storica. In qualità di presidente del Movimento dei Non Allineati, Castro pronunciò un discorso lungo, appassionato, che toccò ogni angolo della geografia mondiale, ma che trovò nella Palestina il suo centro politico e morale. Denunciò l’espulsione del popolo palestinese dalle sue terre, la distruzione sistematica dei suoi villaggi, la colonizzazione e l’occupazione militare da parte di Israele, che definì “impunita” grazie alla protezione degli Stati Uniti. Difese il diritto al ritorno, la creazione di uno Stato sovrano, la fine dell’aggressione, il ritiro dai territori occupati e il pieno riconoscimento della PLO come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese.

Il suo discorso fu un atto d’amore verso un popolo lontano, ma fratello, e un’accusa lucida e intransigente contro l’ipocrisia dell’Occidente.

Con gli anni, l’amicizia tra Fidel e Arafat si trasformò in una delle relazioni personali più simboliche della geopolitica rivoluzionaria. Arafat fu l’unico leader arabo accolto a Cuba con onori da capo di Stato. I loro incontri erano profondi, mai di circostanza. Nel 2001, quando Fidel Castro partecipò a una grande manifestazione a L’Avana indossando sulle spalle la keffiyeh palestinese, il gesto non fu solo simbolico. Fu un atto di amore. Yasser Arafat gli scrisse una lettera commossa il 16 giugno di quell’anno, esprimendo la sua “emozione profonda” nel vedere quel segno di vicinanza, definendolo “un messaggio forte ed efficace da parte di un leader mondiale amato… che gode di grande prestigio internazionale”. Disse che quel gesto dava “ulteriore energia e determinazione” al popolo palestinese, e che testimoniava la rettitudine della loro causa.

Durante quella manifestazione e in altre occasioni pubbliche, Castro parlò apertamente di “genocidio” contro il popolo palestinese, di “brutalità” e “apartheid”, richiamando la coscienza collettiva dell’umanità. Disse che la Palestina non era sola, e che Cuba sarebbe sempre stata al suo fianco. Non erano parole retoriche,Cuba offrì centinaia di borse di studio a studenti palestinesi, accolse bambini per essere formati in medicina, ingegneria, pedagogia. Furono gesti concreti, coerenti, veri.

Quando Arafat morì nel 2004, Fidel Castro inviò un messaggio di cordoglio che non era solo diplomatico. Disse che se ne andava “un amico vicino”, un “instancabile combattente per la libertà e l’indipendenza”, e che la sua scomparsa era “un duro colpo per il movimento progressista mondiale”. Le sue parole erano sincere, e furono riconosciute come tali dal popolo palestinese e dai suoi dirigenti.

Quando fu Fidel a morire, nel 2016, tutti i leader palestinesi, dell’Autorità Nazionale Palestinese, della PLO, di Hamas, del FPLP, lo definirono “un fratello”, “un compagno”, “un gigante della solidarietà internazionale”. Ricordarono che Fidel aveva accolto Arafat come capo di Stato, che non aveva mai tentennato nel difendere la loro causa, e che Cuba era sempre stata dalla parte della giustizia.Nel 2014, in uno degli ultimi editoriali firmati da Fidel su Granma, durante l’operazione militare israeliana “Protective Edge” su Gaza, scrisse che ciò che accadeva era “un olocausto palestinese”, definendo il governo israeliano come “una nuova forma ripugnante di fascismo”. Firmò un manifesto internazionale intitolato In Defense of Palestine, in cui chiedeva il rispetto delle risoluzioni ONU, il ritiro israeliano da tutti i territori occupati, il riconoscimento dello Stato palestinese con piena sovranità.

Fidel Castro e Yasser Arafat si vollero bene. Si rispettarono come uomini, come rivoluzionari, come figli della terra che soffre. Ma più ancora, furono simboli vivi di un’epoca in cui la solidarietà era una pratica quotidiana, e non un atto formale.

Cuba e la Palestina, L’Avana e Ramallah, sono legate da quella memoria, che non si spegne con la morte ma che vive ogni volta che un popolo oppresso alza la testa e trova, in un altro popolo lontano, un fratello. In questa storia, non c’è retorica. Solo verità, coerenza, amore e dignità.

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