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LIBERA “STAMPA” IN NEOLIBERISMO GENOCIDARIO. ERRORI DA AMBO LE PARTI.

Lavinia Marchetti

La pagina sotto a sinistra è apparsa su “La Stampa” e su “La Repubblica” il 7 ottobre 2025. Purtroppo non è un semplice spazio bianco coperto d’inchiostro, ma un atto di potere. Una decisione editoriale che costa all’associazione, secondo i listini pubblicitari nazionali, fra i ventottomila e i quasi quarantamila euro per una sola uscita a pagina intera su un grande quotidiano come La Stampa o la Repubblica. Denaro che in queste settimane altri raccolgono centesimo per centesimo per far arrivare acqua, farina, antibiotici, materiali da riparo, dentro Gaza assediata. Qui, invece, si investe per affermare una tesi politica. Per riformulare la memoria del 7 ottobre in chiave permanente, come chiave d’accesso a qualsiasi discorso sul conflitto.

Un testo che accusa «i mezzi di informazione» di essere «veicolo dell’ideologia di violenza, odio» e di favorire il terrorismo. Le allucinazioni…brutta roba. Quando uno Stato viene accusato di genocidio da una Commissione d’inchiesta indipendente del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, che dopo quasi due anni di indagini conclude che Israele «ha commesso genocidio» contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, la scelta di pubblicare una pagina che indica nelle piazze pro-Palestina e nei media critici il vero “veicolo dell’odio” assume un peso molto diverso. Di certo non è un dibattito concettuale. Il messaggio implicito è semplice: chi scende in piazza per Gaza, chi documenta la distruzione sistematica di case, ospedali, scuole, chi usa la parola genocidio con riferimento a pareri giuridici qualificati, rientra in un magma indistinto di “odio” che aiuterebbe il terrorismo. È una strategia discorsiva frequente nelle fasi di guerra coloniale. L’avversario viene spogliato di status politico, ridotto a barbarie. Il simpatizzante di quell’avversario diventa complice di crimini assoluti.

In questo senso io leggo l’ingresso di ragazzi e manifestanti nella sede de “La Stampa”. La Stampa è un giornale antico, nato come Gazzetta Piemontese nel 1867, cresciuto con firme come Luigi Einaudi, Gaetano Mosca, Norberto Bobbio, Guido Ceronetti, Enzo Biagi, Alberto Savinio, Giovanni Arpino, Carlo Casalegno. Un laboratorio che in altre fasi storiche ha provato a tenere insieme industria, cultura e conflitti sociali, spesso schierata con i “padroni”, ma con un certo stile. Proprio per questo il suo allineamento attuale su Israele e Palestina pesa più di altri fogliacci apertamente propagandistici, che vivono quasi solo per l’urto ideologico tipo “Il Riformista”, “La verità” ecc ecc.

Dietro la sigla Setteottobre si muove una rete precisa. Il presidente Stefano Parisi, manager ed ex candidato sindaco legato al centrodestra, Gabriele Albertini, già sindaco di Milano e figura storica dello stesso campo politico, Anita Friedman, protagonista di lungo corso nella comunità ebraica italiana e nella difesa pubblica di Israele, Daniele Scalise, giornalista che collabora con testate schierate nel campo conservatore. Non un comitato spontaneo di cittadini spinti solo dal lutto, ma un gruppo che parla il linguaggio del potere economico e politico e che usa il massacro del 7 ottobre come formula permanente, chiave che apre l’accesso a spazi mediatici, fondi, insomma pura egemonia.

La protesta si lega al caso dell’imam Mohamed Shahin, al quale il Viminale ha revocato il permesso di soggiorno e imposto il rimpatrio per frasi pronunciate in moschea sul 7 ottobre, parole lette come apologia del terrorismo. Nel racconto dei manifestanti La Stampa diventa simbolo di questo dispositivo repressivo: giornale che dà spazio pagato a chi criminalizza intere comunità e al tempo stesso partecipa al clima che consente misure eccezionali contro voci considerate scomode.L’azione contro la sede del quotidiano, con letame e vernice rossa, appare allora per ciò che è: un gesto di rabbia rivolto verso una istituzione mediatica percepita come complice, una teatralizzazione dello scandalo, la restituzione fisica di ciò che molti leggono come sporcizia morale.

Dal punto di vista giuridico resta un reato contro cose e persone. Dal punto di vista politico nasce dentro una asimmetria radicale.Era il momento opportuno per farla? No! Si poteva evitare di entrare? Sì. Però, dico, però, non confondiamo chi fiancheggia i criminali con chi protesta. Non sono sullo stesso piano.

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