Alfredo Facchini
Alle 18 e qualche minuto del primo dicembre 1955, una donna nera di quarantadue anni sale sull’autobus 2857, paga il biglietto come ogni altro schiavo salariato, e si siede nella fila centrale: quella che le leggi razziste dell’Alabama chiamavano “mista”.
Pochi minuti dopo sale un “bianco”. Non ci sono posti “per bianchi”.L’autista, James Blake, ordina a quella donna e ad altri tre “neri” di alzarsi. Gli altri tre obbediscono. Lei no.«No.» Secco. Definitivo.
Lei si chiama Rosa Parks. Professione: sarta.Quel «no» è una bomba a orologeria piazzata nel cuore marcio del Sud schiavista. La polizia arriva in pochi minuti. Rosa viene trascinata via in manette per «condotta impropria».Perché questo era il sistema: davanti i “bianchi”, dietro i “neri”, in mezzo una terra di nessuno dove il nero doveva comunque sparire se arrivava un bianco.Un’eredità diretta della schiavitù abolita nel 1865 solo sulla carta.Il XIII emendamento aveva spezzato le catene di ferro, ma il Sud ne aveva forgiate di nuove, più subdole: le leggi Jim Crow. Scuole separate, bagni separati, cimiteri separati, vite separate. Un apartheid americano con la bandiera a stelle e strisce.
Da quel «no» nasce il boicottaggio.381 giorni in cui decine di migliaia di neri di Montgomery rinunciano agli autobus. Camminano sotto la pioggia, sotto il sole, sotto le minacce.I tassisti neri abbassano le tariffe a dieci centesimi – quanto costava il biglietto dell’autobus – per non lasciare nessuno a piedi. Martin Luther King, allora ventiseienne, diventa la voce di quella rivolta silenziosa e feroce.Il 20 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sui mezzi pubblici. Una vittoria. Ma a che prezzo. Rosa perde il lavoro. Suo marito Raymond è costretto a licenziarsi dall’aeronautica per le continue intimidazioni. Il padrone di casa triplica l’affitto. Le telefonate anonime promettono morte. Le croci bruciano nei giardini. L’America “bianca” mostra i denti.«Se mi guardo attorno e vedo cosa posso fare e lo faccio, io progredisco».
Settant’anni dopo, quel «no» continua a vibrare. Il razzismo non è stato archiviato nel 1956: ha solo cambiato maschera. Negli Stati Uniti, mentre le pattuglie federali rastrellano quartieri interi alla ricerca di migranti da deportare e le forze dell’ordine aprono il fuoco prima ancora di capire chi hanno davanti, il messaggio è sempre lo stesso: alcuni corpi valgono meno di altri.In Europa, lo stesso principio agisce sul mare. Barche respinte, vite trattate come pratica amministrativa, e un lessico che maschera la responsabilità storica dietro la parola “emergenza”, come se ciò che accade non fosse altro che il frutto dell’antico saccheggio.
Il gesto di Rosa Parks non appartiene alle teche del passato: c’è sempre qualcuno a cui si chiede di cedere il posto. A chi fugge da terre spolpate, a chi paga il colore della pelle, a chi vede il proprio lavoro ridotto a un contratto usa e getta.Dentro questo orizzonte, il rifiuto di Rosa Parks non è un ricordo: è un richiamo.
Il razzismo è una mala pianta carnivora: affonda le radici dove il terreno è più fragile, cresce all’ombra dell’indifferenza, si nutre delle paure che il potere coltiva con cura. È la stessa pianta che settant’anni fa tentò di inghiottire Rosa Parks e che oggi torna a fiorire nei reparti armati che braccano migranti nelle strade americane, nei colpi sparati senza esitazione, nei naufraghi lasciati alla deriva mentre l’Europa parla di “crisi” per coprire la propria responsabilità.
Il suo rifiuto, quel «no» pronunciato restando seduta, continua a essere l’erbicida più potente: una decisione che non arretra e che costringe a guardare in faccia ciò che questa pianta continua a divorare.
