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TRUMP: “PRENDIAMO QUEL CHE CI SERVE”: TRA GROENLANDIA E VENEZUELA, IL RITORNO DEL COLONIALISMO SU VASTA SCALA

Lavinia Marchetti

Non che il colonialismo avesse avuto battute d’arresto. Una scusa si trova sempre per invadere un paese e appropriarsi delle sue risorse uccidendo qualche centinaia di migliaia di civili ogni volta, e se non la si trova la si crea. Ci mancherebbe. Israele ha fatto scuola. Posso uccidere, incarcerare, torturare, fregarmene dell’ONU, e nessuno dice niente. Il modello è il medesimo. Come il bullo che rubava la merendina a scuola. “Ho fame, me la prendo”. Se non ti sta bene ti massacro, e la maestra (Europa) resta a guardare, anche un po’ compiacente. Non è una logica molto più complicata quella di USA e Israele.

Insomma dagli anni ’90, vado a memoria, Iraq, Panama, Bosnia ed Erzegovina, Repubblica Federale di Jugoslavia, Sudan, Afghanistan, Somalia, Pakistan, Yemen, Libia, Siria, Iran, Venezuela. Per questo risuonano come un contrappunto orwelliano le parole di Trump sulla Groenlandia e su Caracas. Da un lato dichiara impunemente: «Abbiamo bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale» e invia un emissario per “renderla parte degli Stati Uniti”, dall’altro l’America scatena un colpo di stato militare in Venezuela, rapendo Maduro e consorte, cercando di installare un governo fantoccio sotto l’egida di Washington. un colonialismo esplicito rinato in piena luce, un’ideologia del “ce n’è bisogno, dunque ce la prendiamo”.

La Groenlandia di fatto e il Venezuela de jure diventano “proprietà” americane nella visione trumpiana, come se le frontiere internazionali fossero carte straccia senza storia e diritti. Il bullo di cui sopra. L’esito è lo stesso: un gigantesco scippo alla sovranità, a cui gli alleati atlantici, piuttosto inebetiti, reagiscono sbigottiti. Interessante anche osservare l’inefficacia delle istituzioni internazionali di fronte a questa arroganza. In entrambi i casi, si profila un ampio consenso fra potenze occidentali, dalla complicità tacita dell’Europa alla convergenza delle pratiche statunitensi con quelle israeliane, nel demolire senza indugi il diritto internazionale, applicando un doppio standard intollerabile.

LA GROENLANDIA

Terra ricca di minerali e strategica avamposto artico, la Groenlandia viene presentata da Trump come “punto di pericolo” russo e cinese da neutralizzare. Eppure quando gli alleati gli rispondono che «non si può annettere un altro Paese», «la Groenlandia appartiene ai groenlandesi», si legge su le monde, il Presidente raddoppia: «Parliamo della Groenlandia tra venti giorni». Così la premier danese Mette Frederiksen tuona che è «assurdo» parlare di controllo statunitense, ricordando che Danimarca e Groenlandia sono alleati protetti dalla NATO. Lo stesso grido di scandalo arriva da Nuuk, dove il primo ministro groenlandese chiede “stop fantasie di annessione” e dialogo nel rispetto del diritto internazionale, sì fa tenerezza, però almeno svolge il suo ruolo. Difendersi dal colonialismo. Ma la Casa Bianca parla quasi solo il linguaggio della forza: non a caso, in tv militari danesi ricordano che un Paese può difendere la sua autonomia con le armi, proprio come fa oggi in Venezuela.

Una follia colonialista simile emerse già prima del 2026: quando Trump era Presidente la prima volta, propose di “comprare” l’isola dalla Danimarca (una boutade che la stampa definì perfettamente come il riemergere di un’imperialismo ottocentesco). Ora, tornato alla Casa Bianca, Trump non si fa problemi a minacciare persino l’uso della forza militare. L’idea è sempre la stessa: «ci serve, quindi ce la prendiamo», se non ci accordiamo che è nostra vi bombardo. Non è un caso che tutti i commentatori internazionali abbiano accostato questa vicenda alla dottrina di Monroe, parlando ironicamente di un «ritorno di un imperialismo statunitense predatorio». Come riassume Le Monde, con l’azione sul Venezuela «Washington rivendica pieni diritti su ciò che considera il suo cortile di casa».

Questa visione “leghista” dello scacchiere mondiale, di nuovo un backyard degli USA, spiega sia la smania artica sia la frenesia oil & gas caraibica.Mentre Danielle Rice del Dipartimento di Stato filtra dubbi sulla legittimità della spedizione, nella Costituzione solo il Congresso può dichiarare guerra, il segretario di Stato Rubio incita pubblicamente all’uso della forza lasciando trasparire totale indifferenza verso il diritto. Il diritto lo fanno loro e quando gli conviene. Del resto è lo specchio del loro sistema giudiziario e soprattutto delle loro carceri…Nella catena gerarchica occidentale, chi urla “dittatura!” e “intervento illegale!” adesso è dalle parte sbagliata.

La stessa complicità si rintraccia nei voti dell’ONU: niente condanne concrete, solo dichiarazioni di facciata, mentre chi può agisce al di sopra dei vincoli internazionali. Prevedibile. Ma il fatto che lo fosse non lo rende più digeribile.Trump non teme di trascinare il pianeta di nuovo nel gorgo del colonialismo di stato. «If they don’t behave, we will do a second strike» ha minacciato via Reuters, riferendosi ai governanti venezuelani, e ha promesso alle “nostre” (loro, chissà con quali conflitti d’interesse) compagnie petrolifere accesso totale alle risorse di Caracas.

«Se non collaborano, affronteranno una situazione probabilmente peggiore di quella di Maduro». Ottima minaccia in stile “Il padrino”, detta dopo la cattura del presidente bolivariano. È una lingua fin troppo esplicita. Come nota un editoriale internazionale, Trump e i suoi consiglieri stanno proclamando che gli “interessi americani” vengono prima di qualsiasi volontà del popolo venezuelano o di uno stato di diritto.In altre parole, il progetto è di governare il Venezuela senza chiedere permesso e per un tempo indefinito, esattamente come nelle peggiori stagioni dei poteri coloniali, quando colonizzatori e neocolonizzatori decidevano sovranità e confini a piacimento.

Si tratta di un discorso che vale a maggior ragione per le democrazie occidentali che usano il pretesto della sicurezza: come nel Medio Oriente, anche in Centro-Nord America l’espansione coloniale punta a mantenere la demografia e il potere nelle mani giuste, controllando le minoranze con “ideologia razzista e politiche di apartheid” (si pensi alle politiche migratorie radicali o alle enclave militari sul territorio altrui).

L’IMPERO E I SUOI VASSALLI

La continuità ideologica emerge dunque a pieno. L’oggi di Trump somiglia all’ieri degli imperi: un uomo armato di selfie e Twitter che ripropone vecchi slogan da Ride of the Rohirrim. Questa camminata sul filo della memoria, tra gli archivi polverosi di diritto internazionale e biblioteche di storia coloniale, ci ricorda che nulla è stato cancellato, semplicemente sepolto sotto il tappeto del cinismo politico. L’assalto alla legalità internazionale del Venezuela e l’accaparramento prepotente della Groenlandia sono due prove tangibili che, come nei racconti ottocenteschi degli esploratori del Nord America, il criterio ultimo è «forza e necessità». Non è una novità storica, ma piuttosto il ritorno in auge di un paradigma che pareva messo da parte grazie a scuse fantasiose di armi inventate o grazie al lasciapassare universale della “minaccia terroristica”.

NEO-NEOCOLONIALISMO

Dunque non c’è più nemmeno ipocrisia: la montagna di retorica costituzionale sulla democrazia si è rivelata l’antenato lontano di un cinismo spietato. L’unica spiegazione razionale è che le classi dirigenti occidentali, stanno abbracciando un nuovo corso: disilluse dal passato, rassegnate alla “real politik”, lasciano in libertà un vecchio Leviatano. Trump e i suoi registi ci parlano una lingua antica, che i titoli di coda storicizzeranno come «era post-moderna del colonialismo». Alla fine, l’operazione americana su Venezuela e Groenlandia non farà altro che dissotterrare i germi di “un colonialismo di ieri e di oggi”, azioni che intaccano non solo il cuore delle Nazioni, ma quel che resta dell’ordine internazionale che già Israele aveva calpestato con non poca arroganza e disprezzo, col sangue palestinese.

È questa la nuova rotta tracciata: la storia ammonisce che dove prevalgono passato e presente di violenza coloniale, il domani rischia di essere scritto con la cenere dei popoli oppressi.

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