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Le mani sul Venezuela. Non solo petrolio e risorse minerarie, ma tanto tanto oro…

Manuel M Buccarella

Non entriamo nel merito del sequestro di Maduro, quasi certamente orchestrato da Donald Trump con la complicità degli apparati venezuelani, in primis dell’attuale presidente in carica, Delcy Rodríguez.

È il petrolio la principale causa dell’operazione a stelle e strisce in Venezuela, con tanto di “prelievo forzoso” del presidente Nicolás Maduro e gentile consorte, preceduto e seguito dall’esecuzione stragiudiziale di un centinaio di presunti narcos al largo del Venezuela e dal sequestro in acque internazionali di due petroliere. Si tratta de La Marinera (ex Bella 1), intercettata il 7 gennaio nell’Oceano Atlantico settentrionale dopo un inseguimento durato settimane; la nave, battente bandiera russa, è sospettata di aver violato le sanzioni trasportando greggio venezuelano. Secondo alcune fonti, potrebbe aver trasportato anche equipaggiamenti militari russi. La seconda è la M/T Sophia, sequestrata l’8 gennaio nel Mar dei Caraibi. La nave è accusata di “attività illecite” e di trasportare circa 1,8 milioni di barili di petrolio, probabilmente destinati alla Cina.

E non è solo il petrolio la principale attrattiva dello Stato con capitale Caracas. È infatti tra i primi paesi al mondo per riserve di gas naturale. Il territorio venezuelano è inoltre ricco di minerali strategici come il coltan (essenziale per l’elettronica), ferro, bauxite (alluminio), nichel, diamanti e terre rare. 

Ma è l’oro a stuzzicare grossi appetiti: il Venezuela avrebbe enormi riserve auree, che sarebbero le seconde o le terze al mondo. La produzione di oro, attualmente, è bloccata dalle sanzioni americane e dalla scarsa capacità di estrazione delle imprese venezuelane. Peraltro il controllo delle aree più ricche, quelle dell’Orinoco, è estremamente complesso per la presenza di forti tensioni fra bande paramilitari e l’esercito. Secondo Alessandro Volpi un’occupazione americana o un intesa con un governo “amico” consentirebbe di mettere subito a valore tali riserve perché verrebbero utilizzate dai grandi fondi finanziari come sottostante per la creazione di prodotti finanziari, a cominciare dagli Etf. “State Street e BlackRock – scrive lo storico sulla sua pagina Facebook – gestiscono i due più grandi Etf sull’oro a livello planetario; il primo produttore mondiale di oro, Newmont Corporation, ha come principali azionisti BlackRock, Vanguard e State Street. Mettere le mani sull’oro venezuelano e soprattutto sulle riserve sarebbe lo strumento per moltiplicare in modo esponenziale la sua finanziarizzazione, attraverso Etf e azioni, e dunque alimentare la bolla finanziaria indispensabile per la tenuta del capitalismo ed evitare il precipitare della crisi dell’economia americana, ora troppo dipendente dall’Intelligenza artificiale. Con il prezzo dell’oncia d’oro a quasi 4500 dollari, il Venezuela può essere l’Eldorado”.

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