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Ex Ilva: azione risarcitoria per 7 miliardi di euro contro amministratori ed ArcelorMittal

ma.bu.

I commissari straordinari di Acciaierie d’Italia (ex Ilva), Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli, hanno avviato un’azione risarcitoria da 7 miliardi di euro contro gli amministratori dell’azienda e ArcelorMittal. L’accusa è quella di aver deliberatamente rovinato Acciaierie, trascurando ogni manutenzione, impoverendo l’apparato produttivo, non investendo, per cancellare dal “mercato” un possibile concorrente: Arcelor Mittal avrebbe comprato le acciaierie italiane per toglierle di mezzo con un “disegno predatorio.

La selezione di ArcelorMittal come nuovo gestore del polo siderurgico di Taranto avvenne nel 2017, al termine di una gara internazionale indetta per la cessione degli asset del Gruppo Ilva, allora in amministrazione straordinaria. Il 5 giugno 2017, il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) firmò il decreto di aggiudicazione a favore della cordata AM Investco Italy. Il contratto definitivo di affitto con obbligo di acquisto fu poi siglato il 28 giugno 2017. La decisione fu presa sotto il Governo Gentiloni. Il principale attore politico della vicenda fu Carlo Calenda, all’epoca Ministro dello Sviluppo Economico. La cordata vincente era inizialmente composta dal colosso franco-indiano ArcelorMittal, dal gruppo italiano Marcegaglia (che uscì successivamente per questioni di Antitrust UE) e da Banca Intesa Sanpaolo. L’offerta di ArcelorMittal prevedeva un impegno finanziario complessivo di circa 4,2 miliardi di euro, così ripartiti: 1,8 miliardi di euro per il prezzo di acquisto (tramite canoni di affitto iniziali) e 2,4 miliardi di euro di investimenti previsti dal piano industriale, di cui 1,15 miliardi destinati esclusivamente al risanamento ambientale e 1,25 miliardi a interventi industriali e tecnologici.

Nel 2017, durante la fase di valutazione delle offerte e della firma del contratto, l’amministrazione straordinaria dell’Ilva era guidata da una terna di commissari nominati dal Governo per gestire la procedura di vendita e garantire la continuità aziendale. I nomi erano quelli di Piero Gnudi (esperto di gestione industriale, già presidente Enel), Enrico Laghi (docente universitario ed esperto di diritto commerciale) e di Corrado Carrubba (esperto di diritto ambientale).

Gran parte degli impegni presi da Arcelor Mittal e accettati dal governo rimasero fin da subito disattesi. All’ingresso di ArcelorMittal, dei circa 13.500 dipendenti totali del gruppo Ilva, la multinazionale ne assunse solo 10.700. I restanti (circa 2.800-3.000) rimasero in carico all’Amministrazione Straordinaria (Ilva in AS), restando di fatto fuori dal ciclo produttivo. Vennero poi presentati vari piani di esubero e attualmente i lavoratori in cassa integrazione sono quasi 5000. Anche gli investimenti sono stati del tutto assenti; a fronte dei 2,4 miliardi previsti, Arcelor Mittal non ha impegnato praticamente nulla, anzi ha lasciato debiti pesanti – per centinaia di milioni euro – ai fornitori per far fronte ai quali e per garantire liquidità all’azienda è dovuto intervenire lo Stato con Invitalia.

Ora arriva l’atto d’accusa, durissimo, dei nuovi commissari che bollano l’operazione come finalizzata alla distruzione delle Acciaierie. Ma davvero era quella la scelta migliore per un settore strategico? davvero era giusto vendere al più grande concorrente dell’Ex Ilva? “Davvero hanno fatto la scelta giusta quelli che ancora oggi continuano a pontificare della bontà del mercato?? – si interroga giustamente lo storico Alessandro Volpi – “Peraltro, ad oggi, l’unica offerta arrivata per Acciaierie, e considerata dal governa, è quella di un fondo finanziario….”.

I problemi dell’Ilva di Taranto (solo lunedì scorso l’ennesimo incidente mortale) ed in genere dell’azienda con tutti i suoi stabilimenti stanno a monte: partiamo dal 1995, e da una cifra: 1.400 miliardi di lire. È il prezzo al quale – scrive la sindacalista Fiom Eliana Como nel 2020 – durante il governo Dini, la ex Italsider, di proprietà pubblica, viene privatizzata e svenduta al gruppo di Emilio Riva. 1.400 miliardi per una società che allora ne vale 4.000. Quasi un terzo del prezzo di mercato. L’obiettivo principale della privatizzazione era quello di rilanciare l’azienda ed il comparto metallurgico Made in Italy e di procedere alle bonifiche ambientali. Nulla di tutto ciò avvenne. Ed oggi siamo messi ancora così…

fonti : Alessandro Volpi (pagina Facebook), Eliana Como (Venticinque anni di Ilva. Il prezzo della privatizzazione in la città futura)

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