Lavinia Marchetti
Sarebbe la definizione perfetta per la parola “ipocrisia”, ma forse siamo oltre. In un’epoca di simulacri e maschere, il dibattito pubblico israeliano si è trasformato in un palcoscenico dove si consuma una recita morale di rara e violenta scissione psicotica.
Mentre le piazze dell’Iran si incendiano, Israele osserva con un fervore che di certo non nasce dall’amore per la giustizia, ma un tentativo disperato, e vomitevole, di riabilitare la propria immagine deturpata agli occhi del mondo e, soprattutto, ai propri. È un esercizio di narcisismo etico. Per una volta provano a schierarsi “dalla parte giusta” per nascondere l’ombra lunga e scura delle proprie azioni.
Non esiste forse al mondo una società (in)civile più insolente di quella sionista, che con una mano tesa verso la rivolta iraniana, stringe nell’altra il cappio che soffoca Gaza. È una nausea fortissima quella che provoca vedere individui che, fino a un istante prima hanno sostenuto con un certo entusiasmo in alcuni casi, o con una cinico tapparsi gli occhi in silenzio, il barbaro genocidio dei palestinesi, ergersi ora a paladini della libertà altrui. Come può una bocca che sbadiglia dinanzi ai bambini che muoiono di fame o ai quartieri rasi al suolo avere l’ardire di pronunciare parole come “democrazia” o “liberazione”?
Questa indifferenza glaciale verso le sofferenze della Striscia di Gaza si trasforma improvvisamente in una “empatia selettiva” e teatrale per i manifestanti di Teheran. Somiglia molto all’amore dei serial killer per gli animali. Si assiste a un parossismo dell’assurdo: gli stessi che ignorano con deliberata ferocia il numero reale delle vittime dell’olocausto di Gaza, oggi scuotono il capo con aria contrita perché non si conosce il numero esatto dei caduti in Iran. Lo si può leggere dai commenti sotto gli articoli del Times of Israel.
Al di là dei propri interessi, in quanto vedono nell’Iran l’unico paese capace di difendersi in Medio Oriente, questa è la celebrazione di una rivolta che serve solo a coprire il rumore delle proprie bombe e a sostituire con le immagini dall’Iran le immagini del genocidio che stanno ancora commettendo.
