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La politica imperialista di Trump e l’enorme debito pubblico Usa. Una potenza in declino.

Manuel M Buccarella

“La disperazione strutturale degli Usa deriva da una bolla finanziaria che sorregge il Prodotto interno lordo ma che fa concorrenza al gigantesco debito da oltre 38.565 miliardi di dollari. Solo la trasformazione definitiva in un ordinamento imperiale che vampirizza risorse in giro per il mondo sembra l’impossibile percorso concepito da Donald Trump”, lo scrive lo storico economico Alessandro Volpi per il numero di questo mese di AltraEconomia.

Insomma è evidente come gli Stati Uniti abbiano bisogno di una politica economica incentrata sui dazi – anche in funzione ricattatoria – per rilanciare la propria bilancia dei pagamenti come la produzione nazionale, senza parlare del petrolio e di altre risorse naturali in Venezuela. La Groenlandia è un obiettivo ghiotto, anche e soprattutto in prospettiva, viste le considerevoli ricchezze di cui dispone sotto terra, che saranno presto ancora più sfruttabili grazie allo scioglimento di ghiaccio e ghiacciai. E la forza, o la minaccia della stessa, sono mezzo giustificato dal fine, sicuramente…

“Oggi gli Stati Uniti hanno un debito federale di 38.565 miliardi di dollari che continuerà a crescere ogni minuto di sette milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati -oltre 1.300 miliardi di dollari l’anno- che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro. Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro statunitense a costanti prove con le aste ravvicinate. Il debito cresce inoltre perché esiste un divario profondo fra le entrate federali e le spese, determinato dalla contrazione progressiva del gettito fiscale a fronte di spese crescenti, a cominciare da quelle nel settore militare. Ci sono poi due ulteriori fattori che sono contemporaneamente causa ed effetto della crisi del debito. Il primo è costituito dall’impennata del prezzo dell’oro e dell’argento, il cui mercato ha raggiunto ormai un valore di poco inferiore ai 40mila miliardi di dollari: un vero record”, scrive ancora Volpi su AltraEconomia.

Per questo uno degli obiettivi strategici dell’amministrazione Trump è riportare l’industria negli Stati Uniti. Già a novembre 2022 gli Stati Uniti, su impulso del presidente di allora, Joe Biden, hanno approvato l’Inflation Reduction Act , una legge che stanzia circa 400 miliardi di dollari con l’obiettivo di ridurre il deficit statale con la riduzione dell’inflazione e con la previsione di investimenti anche per la transizione energetica e la riduzione delle emissioni. L’Inflation Reduction Act prevede inoltre 739 miliardi di entrate, realizzate attraverso iniziative come la riforma fiscale, con l’introduzione dell’aliquota minima societaria del 15% per le grandi imprese che guadagnano più di un miliardo di dollari e di altre imposte, e il risparmio sui costi sanitari, grazie alla rinegoziazione dei prezzi dei farmaci da prescrizione da parte del governo.

Dazi, guerre commerciali, minacce, aiuti fiscali sono strumenti al servizio del MAGA. Ma pare, fa notare l’economista marxista Sandor Kopacsi, che tali strumenti non siano proprio efficaci. In questo articolo del FT si fa l’esempio del settore dell’arredamento (https://www.ft.com/content/33eae8e0-e724-4161-8ed9-7a0ff7d816b8). I dazi hanno aumentato i prezzi del settore, hanno cambiato l’origine dei prodotti ma non hanno riportato nulla in America. E dunque: “spesso sono gli americani comuni a pagare il conto finale. I dati… mostrano che i prezzi dei mobili, in calo da 18 mesi prima dell’insediamento di Trump, sono aumentati del 4% in molte categorie nell’anno fino a dicembre 2025, ben al di sopra del tasso di inflazione”.

Intanto in Cina che succede? Spaventati dai dazi e dalle incertezze della politica americana, i produttori cinesi stanno riorientando i flussi commerciali verso altre zone del mondo. Al posto degli americani, a comprare mobili cinesi si trovano russi, indiani, mediorientali ecc., che, messi tutti insieme possono sostituire il consumatore americano. “La forza delle aziende cinesi nasce dalla ferocia della competizione interna, acuita dal crollo del settore immobiliare a cui quello dell’arredamento è legato. Questa cosa non cambia per i dazi e rende molto difficile competere per le aziende occidentali, abituate a dominare placidamente i propri mercati.I dazi di Trump costringono dunque il mondo a riorganizzarsi escludendo l’America dagli scenari futuri”, scrive Kopacsi sulla sua pagina Facebook. Ovviamente non in tempi brevi ma il mondo sta riorientando i propri flussi commerciali verso lidi diversi da quelli statunitensi. A tal fine un ruolo importante viene svolto dai BRICS, anche attraverso i Paesi che hanno un “semplice” ruolo di partner. E non è un caso se il tycoon americano tenti di indebolire BRICS, ora con i dazi, ora con la minaccia di azioni militari verso l’Iran, ora con una guerra commerciale contro la Cina, ora cercando di rinsaldare i rapporti con la Russia di Putin.

Più diviene chiaro alle aziende americane che l’imposizione dei dazi alla fine comporta un impoverimento dei consumatori domestici e la scelta dei produttori stranieri di privilegiare sbocchi commerciali alternativi agli States, più esse “si rivolteranno contro Trump, e Trump, dopo aver ridotto le tasse sui ricchi, e ricoprire le aziende americane di sussidi, dovrà comunque scontrarsi con loro. La creazione di una forza di polizia slegata al resto dell’apparato statale strutturalmente legato alle imprese, serve a Trump anche a preparare questo scontro“, conclude Kopacsi.

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