Silvana Sale
Il ciclone Harry ha colpito con violenza le coste sarde e non solo, scaricando vento e pioggia ininterrotti, sollevando onde capaci di strappare frammenti di pietre e sabbia dalle spiagge e dai litorali. Così ci sono state case danneggiate, strade sommerse, alberi sradicati, per fortuna nessun morto o ferito, ma la furia del mare si è manifestata in tutta la sua potenza, ricordando quanto le forze naturali siano spesso più veloci della nostra capacità di difenderci. Ma tra i danni immediati e visibili, il mare ha scelto di restituire qualcosa di inatteso, antiche memorie sepolte da secoli, riaffiorate sulla spiaggia di Sa Colonia, a Domus de Maria, nel Sud Sardegna.
Tra le onde che hanno modellato nuovamente la battigia, sono emerse due tombe fenicie, accompagnate da un corredo di reperti archeologici tra cui anfore e vasi antichi, ancora capaci di raccontare storie millenarie. L’azione erosiva delle mareggiate non è stata una semplice violenza, ma un gesto quasi didattico, ha riportato alla luce ciò che la sabbia aveva nascosto e il tempo aveva reso fragile, offrendoci uno specchio della nostra impermanenza.I Carabinieri della Stazione di Domus de Maria hanno subito messo in sicurezza l’area, mentre la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio ha avviato un sopralluogo tecnico per valutare lo stato dei manufatti. L’area è stata delimitata e interdetta all’accesso, in attesa di operazioni scientifiche che permetteranno il recupero e la conservazione dei reperti.Tra essi, le anfore emergono come simboli della vita commerciale dei Fenici, strumenti per trasportare vino, olio e prodotti alimentari, oggi testimoni silenziosi di una civiltà che sapeva leggere il mare forse meglio di noi.
Non si tratta comunque di un evento isolato. Già nel 1926 mareggiate simili avevano fatto riaffiorare parte della necropoli fenicia dell’antica città di Bithia, facendo scoprire tombe e resti abitativi che hanno dato il via agli studi archeologici moderni. Ancora tra gli anni ’50 e ’80 ulteriori scavi hanno restituito centinaia di tombe, confermando quanto queste coste siano state abitate e utilizzate millenni prima di noi. Anche recenti studi subacquei hanno dimostrato che parti della città di Bithia giacciono oggi sotto il mare, muri, blocchi squadrati, pavimentazioni, relitti di approdi, porti e strutture domestiche sommersi dai secoli. Non si tratta di una leggenda, ma di una realtà concreta, testimoniata dalle immersioni scientifiche e dai rilievi archeologici.
Il fenomeno non è casuale. Le coste sabbiose della Sardegna meridionale sono soggette a un arretramento progressivo, amplificato dall’innalzamento del livello del mare e dall’erosione millenaria. Le tombe che oggi affiorano non erano state costruite in acqua, erano a terraferma, e il mare è avanzato lentamente. Le mareggiate di oggi ci riportano la stessa lezione che gli archeologi conoscono da decenni, nulla sulle coste è definitivo. Le città antiche, i porti, le necropoli, tutto ciò che consideriamo stabile può scomparire sotto le onde o riaffiorare dopo secoli solo per pochi attimi.Ecco perché molti fingono di ignorare questo fenomeno. Le emergenze lente, come l’erosione costiera, non spaventano immediatamente, ammetterle significherebbe affrontare costi, delocalizzazioni, perdite immobiliari e restrizioni nel turismo.Eppure, la storia ci insegna che il mare non fa sconti.
La Sardegna lo sa da millenni, i Fenici costruivano arretrati, i loro porti e le necropoli testimoniano una conoscenza dei limiti della costa che oggi abbiamo dimenticato.Bithia, sommersa in parte sotto le acque di Sa Colonia, non è mai realmente scomparsa, è lì, mutevole, fragile, visibile solo a chi sa leggere i segni delle pietre, dei blocchi squadrati e delle anfore riaffiorate. Altri siti archeologici subacquei in Sardegna, da Nora a Tharros, da Sant’Antioco a Tavolara, confermano che l’isola custodisce sotto il mare memorie concrete delle civiltà fenicie, puniche e romane. Sono luoghi visitabili solo con guide autorizzate, perché ogni frammento di pietra o ceramica è prezioso, fragile, irripetibile.
Oggi, con l’arrivo del ciclone, il mare ci ha parlato di nuovo. Ci ha mostrato che anche ciò che crediamo eterno può essere portato via, e che ogni onda è capace di ricordarci la nostra piccolezza di fronte alla storia e alla natura. Quelle tombe riaffiorate, quei vasi e anfore, non sono solo reperti, sono messaggi del tempo, inviti a guardare con occhi diversi il litorale, a riconoscere la ciclicità delle cose e la responsabilità che abbiamo verso ciò che lasciamo sulle coste.
Sempre e comunque, dobbiamo farci i conti.Il mare non distrugge soltanto, insegna, restituisce, ammonisce e, ancora una volta, ci ricorda che nulla dura per sempre, né le città, né le spiagge, né le nostre illusioni di stabilità vicino ad esso.
