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“EVAPORAZIONE” DEI CORPI PALESTINESI. LE ARMI CHE NULLIFICANO L’ESSERE, LETTERALMENTE.

Lavinia Marchetti

Nel genocidio in corso a Gaza non assistiamo più soltanto alla produzione canonica di cadaveri, quelli che quotidianamente vediamo smembrati sui nostri smartphone o sui PC, insomma i classici resti tangibili che, pur nella loro tragicità, fungono da fondamento per il diritto, la memoria e che danno la possibilità canonica di elaborazione del lutti, ma a un processo di annullamento corporeo che le cronache e i soccorritori definiscono come “evaporazione”.

Questa sparizione, documentata da inchieste giornalistiche internazionali e dai protocolli della Protezione Civile di Gaza, rappresenta l’apice di una razionalità tecnica che non solo uccide il “nemico”, ma lo rimuove dalla dimensione fenomenica, trasformando l’essere umano in un’assenza che non lascia residuo alcuno se non una traccia biologica microscopica. Secondo i dati aggiornati all’inizio del 2026, la Protezione Civile di Gaza ha registrato ufficialmente la scomparsa definitiva di 2.842 individui, classificati come “evaporati”. Questo numero non include i dispersi sotto le macerie la cui posizione è ignota o i corpi insepolti in zone inaccessibili, comprese le fosse comuni in aree in cui palestinesi e ong internazionali non hanno accesso; si riferisce specificamente a persone la cui presenza in un determinato luogo al momento di un attacco era certa, ma di cui non è stato possibile rinvenire alcuna spoglia mortale. La metodologia utilizzata dai soccorritori per giungere a questa classificazione segue un rigoroso “metodo di eliminazione”. Quando una squadra di intervento giunge sul sito di un bombardamento, per prima cosa procede all’identificazione demografica attraverso le testimonianze dei sopravvissuti o dei vicini, stabilendo con precisione quante persone occupassero l’edificio. Successivamente, si procede al recupero dei corpi integri o delle parti anatomiche identificabili. Se, al termine di ricerche esaustive che includono lo scavo di crateri profondi diversi metri e l’ispezione degli obitori, mancano all’appello individui presenti al momento dell’esplosione, essi vengono dichiarati “evaporati”, però solo in presenza di micro-tracce biologiche, quali spruzzi di sangue sulle pareti superstiti o minimi frammenti di cuoio capelluto o tessuto molle. È una procedura forense che lavora sul vuoto. Questo protocollo segna il passaggio dalla “gestione del corpo” alla “contabilità del nulla”. Se il sovrano moderno fondava il suo potere sulla capacità di marchiare o distruggere il corpo del suddito, il potere tecnico-militare contemporaneo si manifesta nella capacità di negare al corpo la sua stessa materialità post-mortem. La vittima viene privata del diritto al sepolcro e, di conseguenza, della possibilità di essere iscritta in una memoria storica collettiva mediata dal resto fisico.

TECNICHE DI EVAPORAZIONI. ARMI TERMICHE E TERMOBARICHE

La sparizione fisica di un organismo biologico complesso come quello umano richiede il rilascio di energie termiche e cinetiche che superano di ordini di grandezza la capacità distruttiva degli esplosivi convenzionali. L’inchiesta di Al Jazeera e i rapporti tecnici internazionali indicano l’impiego di ordigni di fabbricazione statunitense (qualcuno aveva dubbi in proposito?), specificamente progettati per massimizzare il calore e la pressione in ambienti urbani o sotterranei.La bomba MK-84, conosciuta come “Hammer”, è un ordigno da 900 kg (2.000 libbre) che costituisce la spina dorsale della potenza di fuoco aerea israeliana. La sua letalità estrema, capace di far “svanire” i tessuti, risiede nella carica interna di Tritonal, una miscela composta dall’80% di trinitrotoluene (TNT) e dal 20% di polvere di alluminio. L’aggiunta di alluminio non è casuale: essa funge da catalizzatore termico, prolungando la durata della palla di fuoco e innalzando la temperatura dell’esplosione fino a 3.500 gradi Celsius. In questo range termico, la materia organica subisce una trasformazione chimica immediata: l’acqua cellulare bolle istantaneamente, i tessuti si vaporizzano e ciò che rimane è una cenere finissima (già, la cenere, vi ricorda qualcosa?) che si disperde nell’aria saturata dall’onda d’urto.

Una delle armi più frequentemente associate all’evaporazione dei corpi in contesti come le scuole (si veda il caso della scuola al-Tabin del 10 agosto 2024) è la GBU-39, una bomba a guida di precisione da 110 kg. Nonostante le dimensioni ridotte, questo ordigno utilizza un esplosivo avanzato denominato AFX-757. Si tratta di una formulazione plastica legata (PBX) progettata per generare un’onda termica massiccia mantenendo l’edificio colpito relativamente intatto esternamente, ma distruggendo tutto ciò che è contenuto all’interno attraverso un picco di pressione e calore. Incredibile l’ingegno umano per uccidere. Il rilascio energetico dell’AFX-757 è circa 1,39 volte superiore a quello della Composizione B standard. Quando esplode, l’elevata percentuale di alluminio provoca una reazione di post-combustione con l’ossigeno atmosferico, creando un’onda termica che incenerisce i tessuti molli dei soggetti esposti.

Il rinvenimento di frammenti delle ali “DiamondBack” di questi ordigni in siti privi di cadaveri conferma l’efficacia di questa tecnologia nell’obliterazione del soggetto.Il BLU-109 è un penetratore pesante progettato per esplodere solo dopo aver attraversato diversi metri di cemento armato o terra. Dotato di una spoletta a ritardo variabile, esso detona all’interno di bunker o rifugi sotterranei, dove l’esplosione termobarica raggiunge la massima efficienza. L’ordigno contiene circa 250 kg di esplosivo PBXN-109, una miscela che produce una palla di fuoco di lunga durata che satura l’ambiente chiuso, consumando tutto l’ossigeno e innalzando la pressione a livelli tali da spappolare gli organi interni e vaporizzare le membrane cellulari. Nell’attacco di al-Mawasi del settembre 2024, il BLU-109 è stato identificato come il responsabile dell’evaporazione di 22 persone che cercavano rifugio in spazi angusti.

COSA SUCCEDE AL CORPO DI CHI VIENE INVESTITO DA QUESTE ARMI?

L’organismo umano è un sistema idrico per circa l’80% del suo volume. In una condizione di detonazione termobarica, il corpo non subisce solo una lacerazione meccanica da schegge, ma viene investito da un’energia termica che eccede di trenta volte il punto di ebollizione dell’acqua. La medicina d’urgenza a Gaza, attraverso le analisi del Ministero della Salute, ha evidenziato che a temperature superiori ai 3.000 gradi Celsius, in combinazione con una pressione di 1.000 psi e un’ossidazione massiccia, i fluidi corporei bollono istantaneamente. Questo provoca una vaporizzazione dei tessuti e la trasformazione della componente ossea in cenere friabile che si confonde con le polveri del cemento. È un processo chimicamente inevitabile: la biologia cede il passo alla termodinamica. Questo annientamento fisico si riverbera sulla dimensione soggettiva del dolore.

Le testimonianze raccolte dai giornali italiani e arabi descrivono il trauma di chi, come Rafiq Badran, ha perso quattro figli nel campo profughi di Bureij: “Sono semplicemente evaporati. Li ho cercati un milione di volte, non ne è rimasto nemmeno un pezzetto”. Il lutto, che tradizionalmente si fonda sulla presenza della spoglia, viene qui interrotto dalla mancanza dell’oggetto, spingendo il superstite in uno stato di sospensione ontologica. La distinzione tra combattente e civile, pilastro del diritto bellico, diventa tecnicamente impossibile quando l’arma utilizzata consuma tutto ciò che rientra nel suo raggio d’azione termico. L’ordigno non “vede” l’individuo, ma satura lo spazio. In questo senso, la precisione dei sistemi di guida (come il GPS della GBU-39) serve paradossalmente a garantire l’imprecisione assoluta dell’effetto biologico: si colpisce con precisione un punto per distruggere con assoluta indifferenza tutto ciò che vi si trova attorno.

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