da Faro di Roma
Le radici dell’oppressione imperialistica statunitense in America Latina affondano in una lunga storia di dominio politico, economico e militare che ha accompagnato la costruzione della potenza degli Stati Uniti fin dall’Ottocento. Con la dottrina Monroe, formulata nel 1823, Washington si arrogò il diritto di considerare l’intero emisfero occidentale come una propria area di influenza esclusiva. Da allora, l’idea che l’America Latina fosse un “cortile di casa” ha giustificato interventi diretti, colpi di Stato, pressioni economiche e sabotaggi politici, spesso mascherati dal linguaggio della sicurezza, della lotta al comunismo o della difesa della democrazia.
Il Golpe dell’11 settembre 1973 in Cile e l’uccisione di mons. Romero il 24 marzo 1980
Nel Novecento questa logica trovò una delle sue espressioni più brutali durante la Guerra Fredda. In nome del contenimento dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti sostennero o promossero dittature militari che insanguinarono il continente. In Cile, il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 pose fine all’esperienza democratica di Salvador Allende, primo presidente socialista eletto democraticamente in America Latina. La sua morte durante l’assalto al palazzo della Moneda divenne il simbolo di una democrazia soffocata dalla violenza e dall’ingerenza esterna, mentre il regime di Pinochet inaugurava anni di repressione, torture e sparizioni forzate.In America Centrale, El Salvador visse una lunga guerra civile alimentata dall’appoggio statunitense a governi militari e squadroni della morte. L’assassinio dell’arcivescovo Óscar Romero, ucciso mentre celebrava messa per aver denunciato le ingiustizie sociali e le violenze del potere, rappresenta una delle tragedie più emblematiche di quel periodo: una voce morale ridotta al silenzio in un contesto di guerra sporca e di sistematica violazione dei diritti umani.
Argentina, Brasile, Uruguay e Bolivia conobbero regimi militari che operarono spesso in modo coordinato, dando vita a una repressione transnazionale contro oppositori politici, sindacalisti, studenti e militanti di sinistra. Migliaia di persone furono sequestrate, torturate e fatte sparire. Questo sistema di terrore non fu un accidente della storia, ma parte di una strategia più ampia volta a garantire stabilità agli interessi economici e geopolitici statunitensi nel continente.
Anche quando le dittature militari lasciarono formalmente il posto a governi civili, le dinamiche di ingerenza non scomparvero. Il Perù degli ultimi anni ne è un esempio drammatico: una sequenza impressionante di impeachment, destituzioni e governi di breve durata ha trasformato il paese in un laboratorio di instabilità permanente. Questa fragilità istituzionale, pur avendo cause interne, si inserisce in un contesto regionale segnato da pressioni economiche, interessi esterni e dall’incapacità di costruire una sovranità politica pienamente autonoma.
L’attacco al Venezuela del 3 gennaio 2026 e il rapimento di Maduro e Cilia Flores
Il caso del Venezuela rappresenta uno dei capitoli più gravi e controversi della fase più recente. L’attacco militare del 3 gennaio, con il sequestro illegale del presidente Nicolás Maduro e di Cilia Flores, ha segnato una rottura senza precedenti, riportando alla luce pratiche che si credevano appartenere al passato. Al di là delle accuse mosse contro il governo venezuelano, l’uso della forza e la violazione della sovranità nazionale mostrano come la questione delle risorse energetiche, in particolare del petrolio, resti centrale nelle strategie statunitensi.
Il cappio che strangola Cuba
Cuba continua a essere strangolata da un blocco economico che dura da oltre sessant’anni. Questo “nodo scorsoio” non colpisce un governo astratto, ma la vita quotidiana di milioni di persone: carenze energetiche, difficoltà nell’accesso a medicinali, problemi nei trasporti e nei servizi essenziali. Il bloqueo è una forma di guerra economica che mira a piegare un intero popolo attraverso la sofferenza, nella speranza di provocare un cambiamento politico dall’esterno.
Anche il Messico, che coraggiosamente sfida è stato oggetto di forti pressioni da parte di Washington, soprattutto attraverso l’uso dei dazi e della leva commerciale. La politica statunitense nei confronti dei migranti ha trasformato il paese in una sorta di barriera avanzata, costretta a contenere flussi migratori che sono in gran parte il risultato delle stesse politiche economiche e militari imposte dagli Stati Uniti nella regione. Le minacce tariffarie e le tensioni diplomatiche hanno mostrato come l’economia venga utilizzata come strumento di coercizione politica.
Questa logica di potenza non si limita all’America Latina. In Medio Oriente, il sostegno incondizionato degli Stati Uniti a Israele ha contribuito a rendere Washington complice delle devastazioni e delle stragi nella Striscia di Gaza. Per molti osservatori e organizzazioni internazionali, le operazioni militari israeliane contro la popolazione palestinese configurano un vero e proprio genocidio, reso possibile anche dall’appoggio finanziario, politico e militare statunitense. In questa prospettiva, il saccheggio delle risorse energetiche, come il petrolio venezuelano, appare parte di un disegno globale che collega America Latina e Medio Oriente in un’unica strategia di dominio.
In sostanza, l’oppressione imperialistica degli Stati Uniti in America Latina non è il frutto di singoli errori o deviazioni, ma l’espressione coerente di una visione del mondo fondata sulla supremazia, sul controllo delle risorse e sulla subordinazione dei popoli. Dalle dittature militari del Novecento alle crisi politiche contemporanee, dagli attacchi militari alle sanzioni economiche, il filo rosso è sempre lo stesso: la negazione dell’autodeterminazione.
Di fronte a questa storia, la memoria delle vittime e delle lotte popolari resta un elemento essenziale per immaginare un futuro diverso, fondato sulla giustizia, sulla sovranità e sulla solidarietà tra i popoli.

