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L’OSTINAZIONE DELL’ESSERCI. – IL MARTIRIO DI PADRE PIERRE AL-RAHI NEL CREPUSCOLO DEL LIBANO

Lavinia Marchetti

La contemporaneità, spogliata delle sue narrazioni autoassolutorie e del suo fittizio umanesimo, si rivela costantemente come un meccanismo di ineluttabile e asettica distruzione.

L’evento consumatosi il 9 marzo 2026 nel villaggio di Qlayaa, nel sud del Libano, rappresenta un paradigma assoluto di questa disfatta dell’umanesimo e di tutte le sue categorie. L’uccisione di Padre Pierre Al-Rahi, conosciuto anche con il nome francofono di Pierre el-Raï, parroco maronita (ovvero della chiesa cattolica orientale di rito siro-antiocheno) della locale chiesa di San Giorgio, è il manifesto ideologico del sionismo: uccidere tutto ciò che respira e che non sta con “noi”. La morte di questo sacerdote, falciato dal fuoco di un carro armato israeliano Merkava mentre tentava, a mani nude, di estrarre dei civili feriti dalle macerie di un’abitazione colpita pochi istanti prima, impone una riflessione ineludibile su quella frazione di umanità che rifiuta di arrendersi all’oscurità, persino al costo della propria esistenza.

I FATTI

Per comprendere la gravità del sacrificio di Padre Pierre Al-Rahi, è imperativo analizzare minuziosamente la sequenza degli eventi che hanno portato alla sua morte e il clima di terrore che avvolgeva il distretto di Marjayoun in quei giorni. Il 9 marzo 2026, il villaggio a maggioranza cristiana maronita di Qlayaa, un insediamento di circa 8.000 anime situato a pochi chilometri dalla Linea Blu che demarca il confine tra Libano e Israele, era già un’enclave sotto assedio psicologico e materiale. L’esercito israeliano (IDF) aveva precedentemente diramato ordini di evacuazione di massa, intimando a tutti i residenti a sud del fiume Litani, un’area che si estende per circa 30 chilometri dal confine, di abbandonare immediatamente le proprie case. Questa direttiva, che di fatto mirava a svuotare un’intera regione per trasformarla in una zona a fuoco libero contro le milizie di Hezbollah, si scontrava però con la radicata ostinazione di una parte della popolazione. Padre Pierre Al-Rahi, insieme ad altri religiosi e leader comunitari, aveva categoricamente rifiutato di obbedire all’ordine militare. Non si era illuso di sfidare le armi con la propria fede, semplicemente ha fatto un atto di resistenza.

La dinamica dell’attacco del 9 marzo è la rappresentazione perfetta di come la guerra moderna abbia cancellato ogni distinzione tra spazio civile e campo di battaglia. Secondo le ricostruzioni fornite dai media statali libanesi (NNA) e confermate da fonti mediche e cattoliche, un’abitazione civile situata alla periferia orientale del villaggio è stata bersagliata dall’artiglieria di un carro armato Merkava, il cui nome, in ebraico, significa “carro”, evocando un’amara ironia rispetto alla sua funzione distruttiva. Il primo colpo ha centrato in pieno la struttura, ferendo gravemente i proprietari, marito e moglie, che si trovavano all’interno. Il fragore dell’esplosione ha immediatamente squarciato la relativa quiete del villaggio. Padre Pierre, che si trovava nella propria abitazione non lontana dal luogo dell’impatto, ha reagito secondo l’istinto più antico e nobile dell’essere umano: la compassione in azione. Insieme a diversi vicini e ai paramedici della Croce Rossa locale, il sacerdote si è precipitato sulla scena del disastro per prestare soccorso e tentare di estrarre i feriti dalle macerie. In quel preciso istante, mentre l’attenzione e le energie dei soccorritori erano interamente concentrate sulla salvezza delle vite umane, che si è consumata la violenza più inaccettabile. Un secondo proiettile di artiglieria, sparato dallo stesso carro armato, ha colpito nuovamente la medesima struttura. Questo secondo attacco ha provocato una carneficina tra coloro che erano accorsi in aiuto, ferendo gravemente il sacerdote e altre tre persone. Le testimonianze raccolte dal francescano Padre Toufic Bou Merhi della Custodia di Terra Santa descrivono una scena di assoluta disperazione, infatti Padre Pierre, con il corpo straziato dalle schegge, è stato trasportato d’urgenza verso l’ospedale di Marjayoun, ma la gravità delle lesioni era tale che è spirato “quasi sulla porta dell’ospedale”.

IL “DOUBLE-TAP”. NICHILISMO BALISTICO

La tattica impiegata dall’IDF a Qlayaa è tristemente nota negli annali della guerra asimmetrica moderna come “double-tap” strike (colpo doppio). Questa pratica consiste nel bombardare un obiettivo, attendere un lasso di tempo calcolato affinché i primi soccorritori, civili, vicini di casa, vigili del fuoco, personale medico o ambulanze, si radunino sul sito per assistere i feriti, e quindi colpire nuovamente le stesse coordinate esatte.Dal punto di vista del Diritto Internazionale Umanitario, il “double-tap” rappresenta una violazione palese e un crimine di guerra conclamato, poiché prende di mira intenzionalmente individui che non partecipano alle ostilità o personale di soccorso protetto dalle Convenzioni di Ginevra. Questa tattica, da un punto di vista psicologico e filosofico, non si limita a distruggere il corpo fisico del nemico, ma mira scientificamente a sradicare i fondamenti stessi della solidarietà umana. Il suo obiettivo psicologico primario è condizionare una popolazione a reprimere il proprio istinto naturale all’aiuto reciproco.

Il messaggio intrinseco veicolato dall’artiglieria è agghiacciante, perché comunica che la compassione è una debolezza fatale; chiunque risponda al grido di dolore del prossimo sta firmando la propria condanna a morte. In questo contesto, permettetemi di banalizzare un po’, sintetizzando, il pensiero del filosofo E. Levinas che, a mio avviso, fornisce la lente interpretativa più acuta. Levinas, che ha fondato la sua intera impalcatura etica sul concetto di “responsabilità per l’Altro”, sosteneva che il fondamento della moralità risiede nell’incontro pre-conscio e asimmetrico con il volto del prossimo. L’Altro, nella sua vulnerabilità, interpella l’Io, imponendogli un’ingiunzione infinita a non uccidere e a prestare soccorso. Per Levinas, questa responsabilità precede persino la coscienza di sé: l’Io è ostaggio dell’Altro, sottomesso alla necessità ineludibile di curarlo. La guerra, al contrario, viene definita da Levinas come la “sospensione della moralità”, un dominio della totalità in cui gli individui perdono il loro volto per diventare mere pedine in un gioco di forze immorali e impersonali.

Il “double-tap” che ha ucciso Padre Pierre è l’apoteosi di questa totalità violenta. La catena di comando militare, filtrata da schermi tattici, droni e algoritmi di probabilità, non vede il volto del prete che soccorre; vede solo una firma termica o un movimento in un’area designata come ostile, deducendo, in una logica perversa, che chiunque si rechi su un luogo appena bombardato debba per forza essere un militante affiliato. L’atto di Padre Pierre di correre verso la casa bombardata è stata una risposta etica, radicale e purissima all’ingiunzione levinasiana del volto sofferente dei suoi parrocchiani. La sua morte dimostra che, nell’ottica della macchina da guerra moderna, l’etica stessa è diventata un bersaglio legittimo.

LA TERRA, IL SANGUE E L’OSTINAZIONE. I CRISTIANI IN MEDIO ORIENTE.

Per decifrare il rifiuto categorico all’evacuazione da parte degli abitanti di Qlayaa, è essenziale addentrarsi nella complessa geopolitica dell’identità che caratterizza i cristiani del Medio Oriente, e in particolare la comunità maronita in Libano. Il distretto di Marjayoun e l’area di confine ospitano quello che viene comunemente definito il “Quadrato Cristiano”, un agglomerato di villaggi storici, tra cui Qlayaa, Rmeish, Ain Ebel e Dibal, che rappresentano un’anomalia demografica e culturale in una regione oggi a stragrande maggioranza sciita .La storia dei maroniti libanesi è un trattato di resistenza secolare. Seguaci del monaco eremita siriano San Marone (V secolo), questa comunità ha forgiato la propria identità fuggendo dalle persecuzioni bizantine e islamiche, rifugiandosi nelle aspre e inaccessibili valli del Monte Libano. Nei secoli, il legame con la terra è divenuto la pietra angolare della loro sopravvivenza teologica e politica. Come nota uno studio approfondito sulle dinamiche di sfollamento interno, i cristiani del Sud del Libano hanno sviluppato una “narrativa di sopravvivenza su sette fronti”: fede incrollabile, resilienza nell’affrontare le difficoltà, presa di distanza dalla retorica settaria, evitamento del confronto, rifiuto della guerra, difesa della coesistenza come patto sociale e riaffermazione della fedeltà esclusiva allo Stato libanese e alle sue Forze Armate.

Questa posizione non è esente da rischi estremi. L’area meridionale del Libano è stata teatro di occupazioni pluridecennali, invasioni e guerre per procura. Durante l’occupazione israeliana (1982-2000), molte di queste comunità si sono trovate intrappolate tra l’incudine dell’Esercito del Sud del Libano (SLA), una milizia sostenuta da Israele, e il martello della resistenza emergente guidata da Hezbollah. Oggi, il dominio incontrastato di Hezbollah nel sud crea una tensione costante. Figure politiche e comunitarie cristiane che si sono opposte all’egemonia delle milizie armate sono state storicamente oggetto di intimidazioni o assassinii, come i casi di Pascal Sleiman e di Elias Hasrouni, quest’ultimo ucciso proprio ad Ain Ebel nel 2023. Tuttavia, la risposta delle comunità cristiane a questa morsa geostrategica non è la radicalizzazione, ma l’insistenza sul concetto di “Neutralità Attiva”, un principio strenuamente promosso dal Patriarca maronita Cardinale Bechara Boutros Al-Rai. Secondo questa dottrina, l’unica salvezza per il Libano, e per la sua componente cristiana in declino demografico, è lo sganciamento dai conflitti regionali e l’affidamento esclusivo alla sovranità dello Stato.

NADIA TUENI E IL SACRIFICIO DI UNA TERRA MARTORIATA

Nadia Tueni (poetessa libanese 1935-1983), con la sua poesia che mescolava surrealismo, misticismo ed esistenzialismo, aveva già catturato l’essenza fatale di questa terra, scrivendo: «Appartengo a un paese che si suicida ogni giorno, mentre viene assassinato». In questa singola, straziante ammissione c’è tutta la brutalità di un Libano cannibalizzato dall’interno e sbranato dall’esterno. Le immagini dei “martiri”, una costante nell’immaginario sia sciita che cristiano del Sud, permeano oggi ogni angolo del paesaggio urbano e rurale, dai sobborghi di Dahiyeh ai crocevia dei villaggi maroniti. Ma in questo universo letterario e reale, il villaggio di Qlayaa diviene simbolo della vulnerabilità assoluta, diventa l’altare di una resistenza trascendente. Il martirio di Padre Pierre Al-Rahi si intreccia così a questi versi, ribaltandone la disperazione. Correre verso i feriti sotto il fuoco di un carro armato significa rifiutarsi di essere complici di quel suicidio collettivo. Il suo sacrificio ci ricorda che, pur vivendo in un mondo che ci assassina, l’algoritmo della guerra non potrà mai sottrarci la suprema, ribelle dignità di scegliere l’umanità a costo della vita.

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