Lavinia Marchetti
Stamani leggevo su Haaretz, non senza una buona dose di preoccupazioni, che all’interno del governo israeliano (anche mutuato da preoccupazione americane) ci sarebbe un dibattito sull’opzione nucleare. Perché, se stanno “vincendo” come ha detto Trump? In realtà Israele in questo momento vede per la prima volta minacciata seriamente la propria esistenza. Ha cominciato una guerra che da sola non può sostenere, perché si trova attaccata sia dal fronte iraniano che dal Libano con Hezbollah, che al contrario delle narrazioni mainstream che la mostravano indebolita e quasi al collasso, continua a essere forte e operativa e non vogliono permettere che il Libano diventi una nuova Gaza.
L’Iran sta indebolendo tutte le strutture USA nel Golfo Persico, le portaerei sono costrette a stare a decine di chilometri di distanza dalle coste iraniane. Mi sono guardata i video del ministero della difesa iraniano, li prendo tutti per buoni? No. Però fonti giornalistiche come Al Jazeera (di cui tendo a fidarmi) ne danno alcuni per veri, girati, senza contraffazioni. Il quadro che restituiscono dei bombardamenti di stanotte sarebbe piuttosto devastante, con danni pesanti, scenari di forte compromissione operativa, immagini che suggeriscono una situazione molto più grave di quella raccontata dai circuiti mediatici occidentali. Fra gli obiettivi menzionati compaiono anche Dimona e infrastrutture legate alla ricerca nucleare israeliana, elemento che, se confermato, darebbe la misura del livello raggiunto dallo scontro e certe reazioni di politici americani sembrano confermare questa preoccupazione.
Di fronte a questa pressione crescente, si starebbe diffondendo un senso di smarrimento dentro il blocco occidentale e filoisraeliano presente nell’area. La difficoltà a reggere l’urto, secondo questa interpretazione, avrebbe spinto il CENTCOM a ricorrere perfino a operazioni oscure, comprese azioni attribuite a droni Shahed riadattati, nel tentativo di coinvolgere altri alleati in un conflitto più ampio. Sarebbe un segnale di estrema debolezza.
La mia domanda è questa: poniamo che si inizi a parlare di usare il nucleare tattico. Con Israele completamente fuori controllo e minacciata della sua esistenza nessuno si sorprenderebbe dell’uso nucleare. Purtroppo era un’opzione che tutti gli analisti avevano messo in conto ben prima della guerra. Però mi chiedo: davvero si può credere che l’Iran, dopo decenni di sviluppo del proprio programma nucleare, dopo l’accelerazione successiva al tramonto dell’accordo sul nucleare voluto da Trump, dopo la riduzione delle ispezioni internazionali, sia rimasto fermo alla soglia del 60% di arricchimento senza compiere l’ultimo salto? Se Teheran possiede una rete di centrifughe avanzate distribuite in siti difficili da raggiungere, se gli impianti strategici sono più numerosi e più protetti di quanto si sia raccontato, allora l’ipotesi che abbia già acquisito una capacità nucleare militare smette di sembrare fantapolitica. Se i missili iraniani più avanzati, inclusi quelli ipersonici e i vettori dotati di capacità MIRV, fossero davvero compatibili con testate di diversa natura, allora il problema non sarebbe più soltanto la guerra in corso. Segnerebbe il passaggio a una fase storica diversa, in cui due potenze regionali nemiche si troverebbero a ragionare con la grammatica dell’arma atomica sul tavolo. E quando questo accade, la politica si deforma, il calcolo strategico impazzisce, il margine di errore si restringe fino quasi a sparire.
