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Un genocidio delle icone

Lavinia Marchetti

Siamo scivolati dentro un’epoca in cui il simulacro ha prosciugato il simbolo, offrendo al suo posto una superficie piatta che non rimanda a nulla se non all’atto stesso del suo consumo immediato. Eppure resta il fatto che il reale si lasci guardare soltanto attraverso la mediazione dei simboli. Essi sono, per così dire, i guardiani del senso e i garanti della nostra percezione del mondo.

Un soldato dell’IDF, che, nel Libano meridionale, abbatte una statua di Cristo compie un gesto che a un’analisi superficiale potrebbe apparire persino trascurabile rispetto alla brutalità del sangue versato. Si potrebbe pensare che la pietra infranta non pesi quanto la vita spezzata di un bambino o la fine di chi, fino a ieri, chiamavamo prossimo. Ma questa presunta irrilevanza è l’errore logico in cui cade chi ignora la natura profonda dello sterminio e dell’intento genocidario.L’odio che gode dell’impunità non si accontenta mai della semplice soppressione fisica dell’altro, poiché il suo fine ultimo risiede nell’annientamento anche metafisico della vittima. La barbarie cerca la rimozione totale di ogni traccia che possa testimoniare un passaggio o un’appartenenza.

Colpire l’icona è colpire la radice dell’esistenza collettiva per imporre un vuoto assoluto dove prima pulsava una cultura. Si manifesta qui la volontà di cancellare non solo il nemico nel presente, ma anche la sua storia e la sua possibilità di essere ricordato. È il desiderio feroce di produrre un’assenza definitiva che faccia sembrare che quel popolo, con i suoi santi e le sue speranze, non sia mai apparso sulla terra. Non c’è genocidio che non passi per questa pretesa di sradicare lo spirito prima ancora di aver domato la biologia. Quando l’oppressore distrugge l’effigie, sta tentando di riscrivere il reale espellendone per sempre il significato di chi lo abitava. Poco importa che ci sia un Cristo (anche se a noi fa più effetto…evidentemente) o si bruci il Corano.

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