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Sciopero generale contro la legge finanziaria dell’austerità e dei tagli alla sanità, ma per la guerra.

ma.bu.

Indetto per domani, 29 novembre, lo sciopero generale contro la legge finanziaria 2025 da CGIL e UIL, che vedrà la partecipazione anche di altri movimenti ed associazioni.

Manifestazioni in tutta Italia, quella di Lecce partirá alle 9.30 da Porta San Biagio.

La nuova legge di bilancio proposta dal governo Meloni risponde ai parametri del “nuovo” patto di stabilità europeo post-pandemia, e in particolare all’indicazione di portare nel 2027 il rapporto deficit/PIL al 2,6%. Si ritorna a politiche di austerità.

La legge di bilancio del governo Meloni protegge i profitti e le rendite finanziarie applicando le nuove norme europee di austerità: per 7 anni un taglio annuale di 13 miliardi della spesa pubblica e una politica economica volta al riarmo militare.

Si taglia la spesa sociale che deve garantire una vita degna, quella nazionale dei ministeri (5,2 miliardi nel 2025, altri 4 miliardi nel 2026 e ulteriori 3,5 miliardi nel 2027), quella degli Enti locali (4 miliardi nel triennio): riduzione dei servizi sociali, trasporti pubblici, acqua, strutture scolastiche, politiche abitative, assegno di inclusione, risanamento idrogeologico e tutela dell’ambiente. Regioni e Comuni potrebbero così aumentare le addizionali Irpef.

Si rinuncia a forti investimenti per garantire una sanità pubblica di qualità spostando le risorse verso la produzione di armi (32 miliardi di euro nel 2025 di cui 13 per le nuove armi!); si indirizza verso il settore militare lo stesso fondo per la transizione verde dell’industria dell’auto, dando un colpo mortale a un importante comparto produttivo ed occupazionale del paese.

I tagli ai ministeri si tradurranno inoltre in drastiche riduzioni dei servizi e degli investimenti che i vari dicasteri erogano, dunque ancora meno stato sociale e meno occupazione (si reintroduce un parziale blocco del turn over: saranno sostituiti solo 3 su 4 lavoratori pubblici pensionati); nella scuola la manovra comporta un drastico taglio agli organici (5.660 posti in meno per insegnanti e 2.174 posti in meno per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario), negando il futuro alle centinaia di migliaia di precari che attendono da anni la stabilizzazione.

Per quel che riguarda la sanità in realtà gli stanziamenti (che a conti fatti assommano a 1,3 miliardi) saranno sufficienti al massimo per il dovuto rinnovo contrattuale del personale. Gli stanziamenti non riusciranno a promuovere il piano di assunzioni di medici e infermieri assolutamente necessario e promesso dal governo, e dunque neanche a eliminare o almeno ridurre significativamente le liste di attesa. Quanto ai rinnovi contrattuali del resto dei lavoratori pubblici (3,3 milioni di persone), la manovra stanzia fondi (1,7 miliardi per il 2025, 3,5 per il 2026 e 5,5 per il 2027) del tutto insufficienti a recuperare la forte perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione degli ultimi anni (circa il 20% dal 2021, dati Istat).

Occorre dire, però, che su queste materie (sanità e difesa dall’inflazione) il governo Meloni si colloca in continuità rispetto alle politiche dei precedenti governi, almeno di quelli degli ultimi 15 anni, anche di centro sinistra.

Sul piano fiscale, come ampiamente preannunciato, la manovra conferma le tre aliquote Irpef (23%, 35% e 43%), il taglio del cuneo fiscale (ma portando il limite di reddito da 35.000 a 40.000) e il riordino delle detrazioni, con un taglio di queste ultime per le famiglie con redditi oltre i 75mila euro ma tenendo conto del numero di figli. In tema di aliquote pare che la norma sia stata mal congegnata, tanto che si rischia di aver ben sette aliquote e con una penalizzazione per i redditi tra i 32mila ed i 40mila euro, che rischiano una tassazione del 56%.

Addio alla Fornero? Per niente! Le “possibilità di “uscita anticipata” (quota 103, APE sociale, Opzione donna) vengono pesantemente penalizzate attraverso il calcolo contributivo. La manovra vuole anche incentivare i lavoratori del settore pubblico a rimanere in servizio fino a 70 anni, favorendoli con la decontribuzione

.Sul piano sociale, la manovra stanzia 330 milioni (2025) e 360 milioni (2026) per il “bonus bebè”, al fine di incentivare la natalità e premiare con 1.000 euro le famiglie (con Isee entro i 40.000 euro) per ogni figlio nato, e aggiunge qualche decina di milioni per allungare il congedo parentale (retribuito all’80%) da due a tre mesi e per aumentare, seppure in misura irrisoria, il sostegno per il pagamento delle rette degli asili nido.Per contrastare la povertà solo pochi spiccioli, 50 milioni per il fondo per la distribuzione di derrate alimentari e 2,3 milioni la carta “dedicata a te”, utile per fare qualche acquisto nei supermercati convenzionati.

Il supporto più forte alle aziende di questa manovra resta la riduzione del cuneo fiscale che, mantenendo quelle poche decine di euro in più sulle retribuzioni nette, aiuta le aziende a resistere alla pressione sindacale per un vero recupero salariale rispetto all’inflazione degli ultimi anni.

Scarsa l’attenzione al clima ed all’inquinamento.

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