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3 febbraio 1991, si scioglie il Partito Comunista Italiano, nasce il PDS. La mediocrità di Occhetto. Avanti con Maastricht, privatizzazioni e compromessi vari con il capitale.

ma.bu.

Il 3 febbraio 1991 a Rimini, con un discorso di 17 minuti, Achille Occhetto chiude l’ultimo congresso del Pci, il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. “Cari compagni e care compagne, in molti sentono che è giunta in qualche modo l’ora di cambiare. Non si tratterà solo di cambiare targhe sulle porte delle sezioni, occorrerà andare a una grande opera di conquista e di proselitismo (…) Oggi è un momento importante della nostra vicenda collettiva e sarà un momento memorabile della storia politica d’Italia (…) Per costruire, con il compito, con l’orgoglio che vi guida, il futuro dell’Italia”.

Alla mozione del segretario – personaggio politicamente mediocre – appoggiata da D’Alema, Fassino, Iotti, Reichlin, Mussi, Veltroni e Folena si opporrà il cosiddetto “Fronte del No”, capeggiato dal Armando Cossutta e sostenuto da Alessandro Natta, Aldo Tortorella, Pietro Ingrao, Sergio Garavini e Fausto Bertinotti.

Nonostante le importanti opposizioni, il 3 febbraio 1991, con 807 voti favorevoli, 75 contrari e 49 astenuti, il Pci, fondato il 21 gennaio 1921, decreterà il proprio scioglimento al termine di un percorso avviato nel Comitato centrale del 20 novembre 1989.

Nasce così il Partito Democratico della Sinistra (PDS), avente quale simbolo una quercia con alle radici il simbolo del vecchio partito. Diversi esponenti del “Fronte del No” andranno a costituire il Partito della Rifondazione Comunista.

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