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Il Giorno del Ricordo e la retorica nazionalista italiana: i morti furono circa 4000 e conseguirono a rappresaglia contro le violenze degli occupanti fascisti.

Manuel M Buccarella

Con legge numero 92 del 30 marzo del 2004 lo Stato italiano ha istituito il “Giorno del ricordo”, per commemorare le vittime delle foibe e gli esuli di Istria e Dalmazia.

La data del 10 febbraio è stata scelta in quanto corrispondente al Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, che sancì il passaggio dall’Italia alla Jugoslavia del Quarnaro, di Zara e provincia e della maggior parte della Venezia Giulia. Il disegno di legge fu presentato dalla destra italiana, in qualche modo per compensare La Giornata del Ricordo, che commemora, anche su iniziativa delle Nazioni Unite, le milioni di persone morte nei lager nazisti, tra cui anche tanti italiani che furono consegnati ai nazisti dai collaborazionisti italiani fascisti.

Si parla di vittime delle foibe, quando in verità la maggior parte dei morti venivano gettati in quelle cavità carsiche già privi di vita. Storicamente i primi infoibati, come appurato dalla Commissione storico – culturale italo – slovena, infoibati dal regime fascista che aveva occupato militarmente la Slovenia, furono proprio dei cittadini slavi.

Il fascismo, già prima della seconda guerra mondiale, fu particolarmente oppressivo nei confronti delle popolazioni slave, costringendole ad una italianizzazione forzata, vietando l’uso delle lingue slovena e croata, e macchiandosi di persecuzioni razziali e politiche non indifferenti, con violenze ed eccidi. La reazione dei partigiani comunisti fu veemente ed anche violenta. Si trattò in verità di vendetta, di rappresaglia: la rappresaglia colpì innanzitutto fascisti e militari italiani, collaborazionisti del regime fascista e nazista, burocrati italiani. Purtroppo la furia vendicativa dei partigiani jugoslavi colpì anche degli innocenti, come spesso accade alla fine di una guerra.

In verità i morti non furono più di cinquemila e non si trattò di una pulizia etnica. In passato si è parlato di numeri enormi di “infoibati”, ma gli storici ormai condividono una cifra di massima: quattro-cinquecento vittime per i fatti del 1943 all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre e tre-quattromila per i fatti del 1945. Sono numeri, questi ultimi, comparabili a quelli registrati in altre zone d’Italia nelle ultime fasi della guerra e inferiori a quelli di altre zone della Jugoslavia.

Quanto agli esuli di Istria e Dalmazia, ove all’epoca risiedevano, assieme agli slavi, circa 350mila italiani, va detto che i più benestanti furono espropriati dai comunisti, in ossequio alla lotta di classe, altri invece non accettarono che al fascismo si sostituisse un regime socialista a guida slava. Va da sé, inoltre, che Tito ed i suoi, ormai al potere dopo la guerra, fossero mossi da pregiudizio nei confronti degli italiani, molti dei quali avevano collaborato con i fascisti e in molti se ne sentivano anche protetti. Oggi in Slovenia vi è una minoranza italiana di circa 35mila individui.

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