Manuel M Buccarella
L’espansione dell’Unione Europea verso est, segnatamente verso i Balcani occidentali e l’Ucraina, sembra non fermarsi. Se convenga davvero ai popoli, a lavoratrici e lavoratori, di quei Paesi, è tutto da dimostrare. Perché, una volta stanziati ed utilizzati un po’ di fondi – “aiuti per le riforme” – comunitari, ed incentivi per le economie, ad un certo punto sarà necessario confrontarsi con quei pericolosi vincoli di bilancio (leggasi “austerità”) che stringono al cappio i conti degli Stati e dunque le disponibilità verso i cittadini, cioè il Welfare State. I vincoli in questione sono, come ai più noto, il 3% nel rapporto Deficit/PIL ed il 60% nel rapporto Debito/Pil. E l’Italia, che vede sempre più assottigliarsi spesa e spazi per lo stato sociale, ne sa qualcosa…
Ma veniamo al dunque: negli scorsi giorni la Commissione europea ha stanziato 49 milioni di euro per l’Albania, 44,2 milioni di euro per il Montenegro e 65,7 milioni di euro per la Macedonia del Nord nell’ambito del Piano di crescita per i Balcani occidentali.Secondo quanto riportato dalle istituzioni comunitarie, le transazioni vengono effettuate dopo la terza richiesta di pagamento e la valutazione positiva da parte della Commissione delle misure di riforma attuate nei settori della competitività delle imprese e dell’innovazione in Albania e Montenegro, nonché dell’istruzione e della digitalizzazione nella Macedonia del Nord.
“Il piano di crescita per i Balcani occidentali, adottato nel 2023, mira a estendere i benefici dell’adesione ai paesi partner della regione anche prima del loro ingresso nell’UE, a integrare i partner nel mercato unico europeo, a migliorare la cooperazione economica regionale, ad approfondire le riforme legate all’UE e ad aumentare i finanziamenti preadesione. Questo, a sua volta, accelera il processo di allargamento e la crescita delle economie dei paesi partner”, hanno ricordato a Bruxelles.Con l’ultimo pagamento, l’importo totale erogato nell’ambito di questo fondo raggiunge i 212,8 milioni di euro per l’Albania, 89,3 milioni di euro per il Montenegro e 142,1 milioni di euro per la Macedonia del Nord.La Commissione europea eroga i fondi di questo Piano di crescita individualmente a ciascun paese, e solo quando quest’ultimo soddisfa le condizioni specifiche previste dalla sua “Agenda di riforme”, un documento che elenca le riforme precise a cui il paese si è impegnato.A differenza di Albania, Montenegro e Macedonia del Nord, che hanno soddisfatto i requisiti per questa tranche, Serbia e Bosnia-Erzegovina sono state escluse da questa tornata perché non avevano ancora completato del tutto le riforme necessarie richieste per l’erogazione di questi fondi.
E qui arriva la questione più importante: il mercato comune europeo si basa fondamentalmente sulla libertà di circolazione dei capitali e delle merci (oltre che delle persone), sull’assunto che sia il libero mercato il contesto ideale per lo sviluppo dell’economia e delle economie e per il “perseguimento della felicità di comunità ed individui”, tanto che, tra i requisiti richiesti dai trattati per l’ingresso di un paese nella UE vi è la circostanza che il paese abbia un’economia di mercato funzionante e la capacità di far fronte alla concorrenza e alle forze di mercato all’interno dell’UE. I paesi inoltre devono concentrarsi sulla garanzia di economie di mercato funzionanti e sulla dimostrazione di essere in grado di resistere alle pressioni competitive del mercato dell’UE. In tale ottica, l’Unione Europea ha chiesto ai paesi dei Balcani Occidentali (come Serbia, Montenegro, Albania e Bosnia ed Erzegovina) riforme strutturali che includono la liberalizzazione dei mercati e la privatizzazione delle aziende di stato. In particolare, è stata richiesta l’apertura alla concorrenza di settori monopolistici, come le telecomunicazioni, i trasporti e l’energia, per garantire l’accesso agli operatori di tutti gli Stati membri (liberalizzazioni), e la
cessione o la riduzione del controllo statale in imprese pubbliche e settori chiave, al fine di attrarre capitali privati e migliorare l’efficienza economica (privatizzazioni).
L’UE ha condizionato l’erogazione di fondi e l’integrazione economica anticipata (prima della formale adesione) proprio all’attuazione di queste specifiche riforme (Piano di Crescita (Growth Plan)). Ed è proprio quanto accaduto con tre dei Paesi dei Balcani occidentali, mentre Serbia (anche per la vicinanza alla sanzionata Russia e per alcuni inadempimenti rispetto a quanto richiesto in campo giuridico ed amministrativo) e Bosnia Erzegovina sono rimaste fuori perché non hanno operato sufficientemente in direzione liberalizzazioni/privatizzazioni (e forse non è un caso, visto che della ex Jugoslavia sono i Paesi che in parte conservano la struttura economica e produttiva della Jugoslavia socialista ndr). La Serbia mostra una tendenza opposta rispetto a un’agenda di privatizzazione. In media nel periodo 2021–2023, lo Stato ha partecipato con circa il 42% degli investimenti lordi in capitale fisso, gli investitori esteri con circa il 22%, mentre il settore privato domestico solo con il 19%. Il governo serbo ha adottato un regolamento che elenca 42 aziende di interesse nazionale strategico, 75 aziende di interesse speciale e altre 15 in cui lo Stato detiene una partecipazione minoritaria — un segnale di voler mantenere il controllo pubblico su asset chiave, non di cederlo.
E se nei paesi dell’Est Europa ride forse la classe dirigente, o l’avvocato o l’imprenditore ambizioso, lo stesso non può dirsi per ceto medio e basso, che si vede privato spesso delle tutele e delle garanzie del Welfare che comunque il socialismo reale offriva (per esemplificare, un lavoro, una casa, scuola, sanità, università gratuite), sacrificate sull’altare del libero mercato e di mamma (o matrigna) Europa, con le sue politiche di austerity. Basta farsi un giro a Bucarest ed in Romania, per esempio, per vedere quanto cresca la nostalgia per i tempi di Nicolae Ceaușescu – e relativo Welfare State – e la disapprovazione verso l’Unione Europea e Mikhail Gorbaciov; verso la prima per le difficoltà in cui è caduta la classe media e lavoratrice romena a causa di liberalizzazioni e privatizzazioni e rigide regole di bilancio, che hanno portato molte prestazioni e servizi prima gratuiti o a prezzo politico, a pagamento e dunque spesso non sostenibili; verso Gorbaciov in quanto considerato l’artefice della caduta del socialismo (chi depose Nicolae Ceaușescu si era formato a Mosca sotto la presidenza Gorbaciov) e di un’apertura verso l’Occidente infausta sotto il profilo economico per larghi strati della popolazione. In Serbia e Bosnia Erzegovina monta invece una larghissima Jugonostalgija ed il mito della figura del Maresciallo Tito, che effettivamente garantivano uno stato sociale molto ampio.
Il caso Ucraina
Prima di entrare direttamente nel merito della questione Ucraina e del tanto atteso, in particolare dalle élite europee, ingresso in UE (e semmai anche nella Nato), è opportuno enunciare i principali criteri richiesti dai trattati per l’ingresso nell’Unione. Il quadro normativo di riferimento è costituito dai cosiddetti Criteri di Copenaghen, definiti dal Consiglio europeo di Copenaghen nel 1993 come condizioni essenziali che tutti i paesi candidati devono soddisfare per diventare Stati membri dell’UE. Il primo ambito è quello politico: Il paese deve disporre di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. Questo è il criterio prioritario: affinché il Consiglio europeo possa decidere di aprire i negoziati, deve risultare rispettato innanzitutto il criterio politico. In pratica, questo implica riforme in aree come l’indipendenza della magistratura e la lotta alla corruzione, la libertà di stampa ed espressione, la tutela dei diritti fondamentali e delle minoranze etniche o religiose, sistema elettorale democratico e pluralismo politico. Già in tale ambito l’Ucraina è assolutamente carente: non è un paese realmente democratico e non perché è stata proclamata la legge marziale (come direbbero alcuni commentatori poco informati o in mala fede). Il Partito Comunista dell’Ucraina è stato messo fuori legge nel dicembre del 2015 tramite una decisione del tribunale amministrativo distrettuale di Kiev. Tale messa al bando è stata resa definitiva nel 2022, quando la giustizia ucraina ha respinto l’ultimo appello presentato dal partito, confermandone lo scioglimento totale. Partito a lungo, dopo il 1992, tra i più suffragati nel paese. Nel 2015 l’Ucraina aveva votato una legge sulla decomunistizzazione. Nel marzo 2022 Zelensky cancella – sospende – undici forze politiche, dal centro alla sinistra radicale, rappresentanti la metà delle forze politiche ucraine. Tra queste una forza politica rappresentante gli interessi delle minoranze russofone. Motivo: sospetti contatti con il nemico russo. Senza parlare, aggiungiamo, della celebrazione di un collaborazionista del Terzo Reich, Stepan Bandera, quale eroe nazionale, responsabile dell’uccisione di migliaia di ebrei, polacchi, ucraini, eppure venerato come padre della patria e salvatore, in quanto con i nazisti combatté durante la Seconda guerra mondiale, l’Armata Rossa. Personaggio cui si ispirano espressamente forze politiche di estrema destra e battaglioni militari come Azov, inglobato nelle forze armate regolari.
Quanto ai media, nel febbraio 2021 il presidente Zelensky revocò la licenza a trasmettere a tre reti televisive: ZIK, NewsOne e 112 Ukraine. Zelensky accusò le emittenti di minacciare la sicurezza dell’informazione e di essere sotto “la maligna influenza russa”. Una forte reazione giunse dalla NUJU, il sindacato dei giornalisti ucraini, che parlò di pesantissimo attacco alla libertà di parola, e dal segretario generale della Federazione Europea dei Giornalisti, che affermò che “oscurare le emittenti televisive è una delle forme più estreme di restrizione della libertà di stampa”. A partire dall’annessione della Crimea, sono state bloccate le principali emittenti che facevano capo alla Federazione Russa, estendendo poi i divieti anche ad altre testate online. Con l’inizio del conflitto nel 2022, attraverso la legge marziale, le principali reti ucraine sono state obbligate a trasmettere un palinsesto unificato 24 ore su 24 (Telethon), con l’obiettivo di garantire una comunicazione strategica e contrastare la disinformazione. Il presidente Zelensky firmò un decreto in cui accorpava tutti i canali televisivi nazionali in una singola piattaforma, citando l’importanza di “una politica d’informazione unificata” sotto la legge marziale. La piattaforma, chiamata United News, avrebbe trasmesso informazioni e programmi di analisi politica con l’obiettivo dichiarato di impedire il diffondersi della disinformazione russa e di “raccontare la verità sulla guerra”. La piattaforma avrebbe trasmesso informazioni e programmi di analisi politica con l’obiettivo dichiarato di impedire il diffondersi della disinformazione russa e di “raccontare la verità sulla guerra”. In pratica fu disposto un monopolio pubblico sull’informazione.
Quanto alla tutela delle minoranze linguistiche, quella russa ha da alcuni tempi un trattamento particolare. Le principali minoranze linguistiche in Ucraina includono il russo (storicamente la più diffusa), il tataro di Crimea, l’ungherese, il romeno, il polacco, il bulgaro e il ruteno. Con l’obiettivo di rafforzare l’identità nazionale e allontanarsi dall’influenza russa, il Parlamento ucraino (Rada) ha escluso la lingua russa dall’elenco delle lingue minoritarie protette. Sebbene sia stata la seconda lingua più parlata nel paese, le leggi recenti hanno rimosso il russo dalle tutele della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie. L’ucraino rimane l’unica lingua ufficiale a livello nazionale. La lingua russa aveva, fino a legge presidenziale del 2025, lo status di “lingua regionale”, che ne consentiva l’uso ufficiale nelle regioni in cui i parlanti nativi superavano il 10% della popolazione, proprio come nel Donbass. Nell’aprile 2019, il Parlamento ucraino approvò una legge che esaltava il ruolo dell’ucraino come lingua ufficiale dello Stato, mirava a eliminare l’uso del russo dalle comunicazioni ufficiali, dai media e dall’ambito educativo. La legge obbligava i cittadini a saper parlare ucraino e vietava, tra l’altro, la proiezione di film senza sottotitoli. Il colpo di grazia nel 2025, quando il parlamento ucraino ha approvato una legge di iniziativa del presidente Zelensky, che rimuove il russo dall’elenco delle lingue protette nel paese dalla Carta europea delle lingue regionali o minoritarie. Dunque anche sotto il profilo della tutela delle minoranze, l’Ucraina non sembra rispettare le condizioni previste per l’adesione. Qualcosa di simile anche a proposito della libertà religiosa. Per non parlare poi della scandalosa e galoppante corruzione. Quindi possiamo dire che il “criterio politico” per l’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina alla UE non è per nulla rispettato, eppure Ursula e compagnia cantante la pensano diversamente…
Diverso il discorso sotto il profilo economico, con numerose privatizzazioni e liberalizzazioni, che non fanno solo gli interessi degli oligarchi ucraini, ma anche quelli di capitali e fondi di investimento stranieri, BlackRock in testa. Non è un mistero che gli appetiti della Ue, e da ultimo di Ursula von der Leyen e soci, siano particolarmente famelici nei confronti delle tante aziende di Stato dei paesi usciti dal socialismo reale, che dovrebbero funzionare meglio se privatizzati – questa è l’idea – ed ancora meglio se controllati o partecipati da soggetti stranieri, possibilmente con sede nell’Occidente già inserito nella UE. Liberalizzazioni e privatizzazioni incentivate dalla UE, che elargisce fondi in favore dell’Ucraina, tra l’altro paese in bancorotta.
Il programma nazionale di privatizzazioni su larga scala prevede l’offerta di beni per un valore di oltre 6,25 milioni di dollari ciascuno per la vendita pubblica tramite aste sul portale Prozorro.Sale. L’elenco comprende, tra gli altri, il centro commerciale Ocean Plaza di Kiev, lo stabilimento Odesa Portside di Odessa e l’Hotel Ukraina di Kiev. Nel 2024 il governo ucraino ha annunciato una roadmap per le privatizzazioni su larga scala, che prevede la vendita attraverso una nuova procedura d’asta. In agricoltura le cose sono andate e vanno più rapidamente. Ricordiamo che l’Ucraina è il granaio d’Europa ed un grande produttore agricolo. Qui i capitali privati con le liberalizzazioni sono entrati pesantemente, in favore soprattutto di imprese americane ed europee. Bayer Monsanto la fa da padrona, ma anche l’onnipresente BlackRock ha buttato l’occhio sull’agroalimentare. Dunque sul fronte economico, il solo che realmente interessa Ursula & co., il governo ucraino si starebbe ben comportando. Importante ovviamente il fronte della produzione ed utilizzo di armi, oramai diventato il core business della UE e della stessa Ucraina, considerati gli ingenti investimenti finanziari del Rearm Europe e le ingenti somme devolute all’Ucraina per “difendere i nostri valori”, per non tacere degli accordi bilaterali sottoscritti dall’Ucraina con diversi paesi della UE in tema di collaborazione nella produzione di armi e di sistemi di sicurezza e di difesa in caso di attacco militare (tra cui Italia, Germania, Francia, Usa).
“L’ingresso “accelerato” dell’Ucraina nell’Unione europea significherebbe l’arrivo di un paese che è ormai un’economia di produzione di armi – scrive lo storico dell’economia Alessandro Volpi – Le entrate fiscali interne sono infatti interamente destinate a finanziare le spese militari, per un totale di 45 miliardi di euro l’anno. Nel paese ci sono almeno 1200 imprese che si occupano della produzione di armi. Le principali sono Ukrainian Defense Industry JSC, il conglomerato statale che riunisce circa 70-100 imprese attive in vari settori (corazzati, artiglieria, aeronautica, missilistica)e NAUDI (National Association of Ukrainian Defense Industries) che è principale associazione di produttori privati, a cui si aggiungono gruppi internazionali come la tedesca Rheinmetall, la turca Baykar e la britannica BAE Systems, che hanno aperto uffici o fabbriche per la manutenzione e la coproduzione sul suolo ucraino. Il totale degli occupati è già oltre le 300 mila unità, con salari medi inferiori ai 500, euro e un fatturato di 40 miliardi di dollari. In pratica un’armeria a prezzi da sconto inserita nell’Unione europea”.
