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Bolivia. Il popolo si solleva contro il governo di Rodrigo Paz, la repressione e il progetto neoliberale imposto con il sostegno degli Stati Uniti.

Silvana Sale

La Bolivia purtroppo sta vivendo una fase di repressione politica contro lavoratori, contadini e popoli indigeni.

Il governo di Rodrigo Paz allineato agli interessi degli Stati Uniti sta applicando politiche neoliberali volte alla privatizzazione di terre, risorse e servizi pubblici.Le proteste popolari sono la risposta a queste politiche e alla crescente crisi economica. I movimenti vicini a Morales così denunciano l’uso della forza da parte delle autorità, arresti di massa, criminalizzazione dell’opposizione e l’impiego di leggi eccezionali per limitare la mobilitazione sociale.Morales afferma inoltre che il Comando Sud degli Stati Uniti (SOUTHCOM) eserciterebbe un’influenza diretta sulle forze armate boliviane e che vi sarebbe una forte interferenza statunitense negli affari interni del Paese.Le organizzazioni indigene e sindacali che sostengono Morales descrivono la situazione come una lotta contro il neoliberismo, il saccheggio delle risorse nazionali e la perdita della sovranità del Paese. Alcuni esponenti di questi movimenti paragonano il clima politico attuale alle dittature latinoamericane del passato e richiamano il ricordo del Piano Condor come simbolo della repressione sostenuta dagli Stati Uniti nella regione.Nella stessa prospettiva, viene denunciata quella che viene definita l’indifferenza o il silenzio della comunità internazionale, in particolare dell’Unione Europea, di fronte agli eventi boliviani.

Rodrigo Paz è arrivato alla presidenza nel novembre 2025 cancellando vent’anni di movimento fondato da Morales, il Movimiento al Socialismo (MAS). Il governo di Rodríguez è un governo di destra, neoliberale e favorevole agli investimenti stranieri.Le proteste sono iniziate contro una legge sulla terra (Legge 1720), ritenuta da organizzazioni contadine e indigene una minaccia alla proprietà comunitaria e un passo verso la privatizzazione.Successivamente le mobilitazioni si sono allargate includendo lavoratori, insegnanti, minatori, sindacati dei trasporti, organizzazioni indigene e contadine, con richieste legate anche all’inflazione, alla scarsità di carburante e al costo della vita. La mobilitazione rappresenta una “sollevazione contro il neoliberismo”, contro la privatizzazione delle risorse e dei servizi pubblici. La repressione delle proteste viene attribuita principalmente alla polizia boliviana. Il governo ha inoltre approvato una normativa che consentirebbe di dichiarare lo stato d’emergenza e di impiegare anche le forze armate per ristabilire l’ordine. Il presidente Paz ha giustificato queste misure sostenendo che nelle proteste agirebbero interessi “narcoterroristi”. Il governo ha effettuato così arresti di dirigenti delle proteste accusandoli di terrorismo e istigazione a delinquere.Ma organizzazioni sociali boliviane hanno definito questi arresti “sequestri politici”. Morales sostiene pubblicamente che il Comando Sud degli Stati Uniti (SOUTHCOM) starebbe influenzando le forze armate boliviane e che esisterebbero piani coordinati con apparati statunitensi per arrestarlo o eliminarlo politicamente. La polizia e le forze armate vengono impiegate per difendere il governo Paz dalle proteste popolari e per impedire che il movimento indigeno-contadino e sindacale riesca a provocarne la caduta.

Secondo le dichiarazioni pubbliche di Evo Morales e dei suoi sostenitori, la sua strategia attuale non è quella della lotta armata ma della mobilitazione sociale permanente.Morales sostiene apertamente le proteste e i blocchi stradali organizzati da sindacati, minatori, contadini e comunità indigene. Ha dichiarato che la mobilitazione continuerà finché non saranno affrontate le questioni di carburante, inflazione, costo della vita e politiche economiche del governo. Dal suo bastione politico del Chapare, Morales continua a coordinare la propria base sociale e politica, che comprende soprattutto organizzazioni contadine, cocaleros, sindacati rurali e settori indigeni. Sul terreno, la forza di Morales deriva soprattutto dalla capacità di mobilitare migliaia di sostenitori, controllo di reti sindacali e contadine storicamente legate al suo movimento, blocchi stradali che hanno paralizzato parti importanti del Paese,sostegno in aree rurali e indigene, specialmente nel Chapare e in alcune regioni andine. I suoi avversari lo accusano di alimentare e coordinare le proteste per destabilizzare il governo e provocarne la caduta. Morales respinge questa accusa e afferma di sostenere una protesta nata spontaneamente dal malcontento sociale ed economico. I morti avvenuti durante le proteste sono la prova che il governo abbia scelto la repressione invece del dialogo. Le organizzazioni indigene, sindacali, contadine e minerarie che partecipano alle proteste chiedono apertamente la caduta del governo, accusandolo di essere responsabile della crisi economica e delle morti avvenute durante gli scontri. Per questo, non si va più soltanto contro l’austerità o le privatizzazioni, è diventata forte la richiesta di dimissioni del presidente ritenuto politicamente responsabile dei morti, dei feriti e degli arresti avvenuti durante la crisi. Secondo gli atti ufficiali e le dichiarazioni pubbliche del governo, l’autorità politica che ha disposto la linea di repressione è il presidente Rodrigo Paz, in quanto capo dell’esecutivo e comandante costituzionale delle forze di sicurezza.Negli ultimi mesi Paz ha firmato la legge che amplia i poteri dello Stato durante le emergenze, ha autorizzato il quadro giuridico che permette il dispiegamento delle forze armate nelle crisi interne, ha difeso pubblicamente l’intervento della polizia contro i blocchi e le proteste.

La responsabilità politica delle azioni della polizia ricade quindi direttamente su Rodrigo Paz e sul suo governo.

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