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Brics verso un sistema finanziario autonomo da dollaro e occidente

Alessandro Volpi

Qualcuno scrive dell’invasività dei sistemi di pagamento monopolizzati dagli Stati Uniti che tolgono pezzi di libertà importante alla popolazione del mondo occidentale.

In realtà, tuttavia, ben pochi dei media occidentali si sono occupati di cosa è accaduto a New Delhi dove si è tenuto il vertice dei paesi Brics, una realtà che ormai comprende circa la metà degli abitanti del pianeta e del Pil globale e che ha affrontato in maniera molto concreta proprio simili temi.

Il summit indiano ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall’oggi al domani, ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.

È questa la chiave per leggere la dichiarazione di New Delhi. Il documento approvato dai Paesi BRICS mette insieme temi che a prima vista sembrano appartenere a mondi diversi: commercio, valute locali, pagamenti transfrontalieri, infrastrutture digitali, catene globali del valore, intelligenza artificiale e cooperazione tecnologica.

Il passaggio più significativo riguarda i pagamenti. La BRICS Payment Task Force ha studiato l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e dei canali di messaggistica finanziaria dei diversi Paesi. L’obiettivo è arrivare a transazioni transfrontaliere più rapide, economiche, accessibili e sicure e, soprattutto, favorire il regolamento degli scambi e degli investimenti nelle valute nazionali.

Il residuo dominio del dollaro, infatti, non dipende soltanto dal fatto che la valuta americana sia la principale moneta di riserva internazionale. Dipende dall’intera infrastruttura che la circonda: banche corrispondenti, mercati finanziari, sistemi di messaggistica e regolamento, liquidità internazionale. Ridurre il ricorso al dollaro significa quindi iniziare a ridurre la dipendenza da questa infrastruttura.

È una differenza fondamentale rispetto alla semplice retorica sulla “moneta BRICS”. Una valuta comune richiederebbe un livello di integrazione politica, monetaria e finanziaria che oggi non esiste. Collegare invece sistemi di pagamento già esistenti è molto più realistico. India, Cina, Brasile, Russia e gli altri membri dispongono di infrastrutture nazionali che possono essere rese progressivamente interoperabili.

Il successo di sistemi come l’indiano UPI e il brasiliano Pix dimostra che il problema non è più soltanto teorico: esistono già piattaforme di pagamento digitale di dimensioni enormi che possono essere collegate oltre i confini nazionali.

La questione monetaria si intreccia così direttamente con quella commerciale. Se il commercio tra i Paesi BRICS può essere regolato in rupie, yuan, rubli, real o nelle altre valute nazionali, diminuisce la necessità di acquistare dollari per effettuare gli scambi.

E se contemporaneamente il Nuovo Banco di Sviluppo, creato dai Brics, aumenta il finanziamento in valute locali, anche la fase successiva della transazione — quella dell’investimento e del finanziamento — può essere sottratta, almeno in parte, alla centralità della valuta americana.

La dichiarazione di New Delhi chiede infatti di rafforzare il finanziamento in valute locali e di diversificare le fonti finanziarie.

Il salto di qualità sta però nel fatto che questa strategia non riguarda soltanto la finanza. I BRICS hanno messo al centro anche la trasformazione delle catene globali del valore, la digitalizzazione del commercio e l’accesso alle tecnologie avanzate. Il documento di New Delhi invita a rafforzare la cooperazione tecnologica e industriale e a facilitare l’accesso a tecnologie sicure e accessibili per consentire ai Paesi emergenti di risalire le catene del valore.

Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale.

I BRICS hanno sottolineato la necessità di rendere più accessibili le risorse AI, sviluppare capacità scientifiche e tecnologiche nei Paesi del Global South e favorire una cooperazione internazionale sull’intelligenza artificiale.

La proposta cinese di una BRICS AI Open Source Zone aggiunge un elemento ancora più interessante. L’idea è quella di sviluppare uno spazio di cooperazione sull’intelligenza artificiale basato sull’apertura e sulla condivisione tecnologica, in alternativa a un mercato dell’AI dominato da pochi grandi operatori occidentali, che ora forse anche per questo gridano all’Apocalisse chiedendo regole severe e “morali” proprio per bloccare la concorrenza emergente.

Non significa che Pechino e gli altri BRICS vogliano rinunciare alla proprietà intellettuale o che tutto ciò che viene sviluppato debba essere gratuitamente disponibile. Significa piuttosto cercare di costruire un ecosistema tecnologico nel quale i Paesi emergenti possano avere accesso a modelli, strumenti, competenze e infrastrutture senza dipendere integralmente dalle piattaforme occidentali.

Il parallelo con i pagamenti è evidente. Nel primo caso si cerca di ridurre la dipendenza da un’infrastruttura finanziaria dominata dal dollaro; nel secondo, quella da un’infrastruttura tecnologica sempre più concentrata nelle mani degli Stati Uniti e delle loro grandi aziende. In entrambi i casi il principio è lo stesso: creare alternative interoperabili e accessibili che permettano ai Paesi BRICS di conservare maggiore sovranità economica e tecnologica.

Per Washington è una sfida molto più importante di quanto suggerisca l’assenza di una moneta BRICS. Una nuova valuta avrebbe avuto un valore soprattutto simbolico e avrebbe incontrato enormi ostacoli tecnici. Migliaia di imprese che cominciano invece a commerciare nelle valute locali, banche che imparano a regolare direttamente i pagamenti, sistemi digitali che si collegano tra loro e Paesi che sviluppano proprie capacità nell’intelligenza artificiale producono un cambiamento molto più graduale, ma anche più difficile da invertire.

È per questo che il tema delle sanzioni assume un’importanza centrale. La dichiarazione di New Delhi esprime preoccupazione per le misure coercitive unilaterali e per il loro impatto sul commercio internazionale. Il messaggio è chiaro: quanto più un Paese dipende dal dollaro e dalle infrastrutture finanziarie occidentali, tanto maggiore è la sua esposizione alle decisioni politiche di Washington. Creare canali alternativi significa quindi ridurre anche questa vulnerabilità.

Naturalmente, il percorso è tutt’altro che concluso. I BRICS non sono un blocco economico omogeneo. India e Cina sono concorrenti strategici; le loro valute non hanno lo stesso peso; persistono controlli sui capitali, squilibri commerciali e problemi di convertibilità. E nessun sistema di pagamento alternativo può diventare realmente globale senza una grande quantità di liquidità, fiducia e infrastrutture finanziarie.

Ma proprio qui sta la novità di New Delhi. La sfida al dollaro non viene più presentata soltanto come il progetto di inventare una moneta alternativa. Sta diventando un progetto molto più vasto: ridurre progressivamente il numero di funzioni per le quali il dollaro e le infrastrutture finanziarie occidentali rappresentano un passaggio obbligato.

Pagamenti in valute locali, sistemi digitali interoperabili, finanziamenti del Nuovo Banco di Sviluppo, nuove catene del valore, cooperazione industriale e un ecosistema AI più aperto sono pezzi dello stesso mosaico.

La questione decisiva, allora, è rappresentata dal fatto che tra dieci o quindici anni una parte crescente del commercio, degli investimenti, dei pagamenti e delle tecnologie del Global South potrà funzionare senza passare necessariamente da New York, dal dollaro o dalle piattaforme occidentali.

Una piccola chiosa. L’Unione europea, e i suoi singoli membri, erano praticamente assenti a New Delhi. E il prossimo anno il vertice si terrà a Pechino.

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