Site icon NonSoloMusicaMagazine

“CATTIVO MAESTRO”. Il “muro di ferro” di Erri

Lavinia Marchetti

PREMESSA: IL METODO

Ieri scrivevo che il cattivo maestro è colui che mette l’idea davanti all’evidenza. Era un pensiero generale e me lo ritrovo davanti agli occhi in forma quasi didattica.

Veniamo ai fatti. Erri De Luca rilascia un’intervista a Israel Hayom alla vigilia del Festival degli Scrittori di Gerusalemme. Il Foglio la rilancia in italiano nella traduzione di Giulio Meotti. Lo scrittore napoletano dichiara di essere sionista. Aggiunge che il termine genocidio applicato a Gaza è una distorsione storica, e cita lo spostamento dei civili palestinesi operato dall’esercito israeliano come prova dello sterminio mancato.

Queste affermazioni hanno tutte statuto di proposizioni storiche, e dunque possono essere verificate. La scienza ci dice che l’osservazione viene prima dell’ipotesi, e l’esposizione al fatto viene prima del giudizio. Karl Popper chiamava falsificabilità la condizione che separa la scienza dal dogma. Una proposizione capace di resistere a qualunque smentita immaginabile rimane fuori dalla conoscenza e dentro la certezza affettiva.

Voglio applicare questo procedimento alla parola di De Luca, potremmo chiamarla storia comparata, ma preferisco chiamarla decostruzione.

PRIMA AFFERMAZIONE: GAZA ACCANTO A MOSUL, RAQQA, MARIUPOL

De Luca giustifica il rifiuto del termine genocidio attraverso un’analogia. La guerra urbana contro un nemico che si confonde fra la popolazione, dice, produce sempre il medesimo esito. Indica come precedenti tre teatri di guerra recenti, e la sua tesi sta in piedi soltanto se gli ordini di grandezza e il tipo di operazione militare coincidono.

La battaglia di Mosul si è combattuta nei nove mesi fra l’ottobre 2016 e il luglio 2017. Le stime convergenti delle Nazioni Unite e di Airwars collocano i civili uccisi fra novemila e undicimila, su un’area metropolitana di quasi due milioni di abitanti. Per Raqqa, quattro mesi nel 2017, la cifra documentata da Airwars resta intorno ai milleseicento. Mariupol arriva fino a venticinquemila secondo le autorità ucraine, dato contestato dalla parte russa.
Gaza è un altro fenomeno. Fra l’ottobre 2023 e il maggio 2026, l’archivio nominativo del Ministero della Sanità della Striscia, verificato anche da fonti israeliane, supera i settantacinquemila morti accertati, oltre i diciottomila bambini. La lettera firmata da Khatib, McKee e Yusuf sul Lancet del luglio 2024 stima che il computo reale, includendo la mortalità indiretta da fame e da collasso sanitario, potrebbe superare i centottantaseimila. Le proporzioni rispetto al numero degli abitanti restano fuori scala rispetto ai precedenti citati.

L’analogia cede sul versante dimensionale prima ancora che storico. Gli ospedali di Mosul rimasero in funzione, mentre a Gaza sono stati colpiti uno dopo l’altro fino allo svuotamento dell’intero comparto sanitario. La fornitura idrica di Raqqa rimase operativa nei limiti consentiti dal combattimento, mentre il blocco completo delle forniture essenziali dichiarato dal ministro Yoav Gallant il 9 ottobre 2023, accompagnato dalla frase sugli avversari come animali umani, costituisce un atto inedito nell’arsenale delle guerre urbane recenti. L’analogia di De Luca trascura proprio le variabili che dovrebbero reggere il paragone. In un esperimento si chiamerebbe errore di disegno sperimentale. La prima affermazione cade.

SECONDA AFFERMAZIONE: LO SPOSTAMENTO DEI CIVILI COME PROVA CONTRARIA AL GENOCIDIO

L’argomento di De Luca poggia su una premessa implicita. Chi vuole sterminare lascerebbe ferma la preda, e dunque spostarla escluderebbe la volontà di sterminio. La storia comparata smentisce la premessa con regolarità.

Il genocidio armeno del 1915 fu compiuto attraverso le marce di deportazione organizzate dai giovani turchi. Gli armeni dell’Anatolia venivano spostati verso il deserto siriano di Deir ez-Zor, e lo spostamento costituiva il metodo stesso dello sterminio. Lo schema si ritrova in Cambogia: nel 1975 Pol Pot svuota Phnom Penh in due giorni, e la marcia verso le campagne uccide centinaia di migliaia di persone. Il sistema concentrazionario nazista fra il 1941 e il 1944 ha funzionato sul trasferimento ferroviario eufemizzato come rimpatrio. Srebrenica nel 1995 mostrò il contrario della tesi di De Luca, perché la separazione preventiva fra donne e uomini precedeva il massacro.

La Convenzione delle Nazioni Unite del 9 dicembre 1948 sulla prevenzione e la repressione del genocidio, all’articolo II lettera c, definisce atto genocida l’imposizione intenzionale al gruppo di condizioni di vita calcolate per la sua distruzione fisica totale o parziale. La giurisprudenza dei tribunali penali internazionali per il Ruanda e per l’ex Jugoslavia ha esteso il principio al trasferimento forzoso di popolazione, riconosciuto come atto costitutivo dello sterminio quando si inserisca in un disegno di distruzione.
De Luca afferma che lo spostamento prova l’assenza di genocidio. Ciò che il diritto del 1948 codifica come atto costitutivo viene presentato dallo scrittore come prova contraria. L’inversione del segno raggiunge la forma del lapsus storico. La contraddizione addolora di più perché proviene da chi ha tradotto Esodo verso per verso, e dell’Esodo ha capito tutto fuorché il suo nucleo storico.

TERZA AFFERMAZIONE: IL SIONISMO COME RICONOSCIMENTO DEL DIRITTO DEGLI EBREI A ESISTERE

Durante l’intervista De Luca definisce il sionismo come il riconoscimento più semplice del diritto degli ebrei a una patria nazionale e a una difesa esistenziale. Aggiunge che chi sostiene la soluzione a due Stati è già sionista, anche se ignora di esserlo. La proposizione ha statuto lessicale, dunque resta la più facile da verificare. Si va a cercare il sionismo dove abita, cioè nei suoi atti di fondazione.

Theodor Herzl pubblica Der Judenstaat nel 1896. Il sionismo nasce come progetto di costruzione di uno Stato per gli ebrei. La parola progetto va sottolineata, perché si tratta di una proposta storica dichiaratamente coloniale, sostenuta in piena epoca imperiale britannica. Vent’anni dopo Chaim Weizmann negozia con il governo di Londra la Dichiarazione Balfour del 1917. Vladimir Jabotinsky, nel saggio The Iron Wall del 1923, scrive che la popolazione indigena della Palestina opporrà resistenza ai coloni finché avrà speranza, e che il sionismo dovrà costruire un muro di ferro affinché quella speranza venga meno.

Arendt, nel 1948, in To Save the Jewish Homeland, scrive che la realizzazione del sionismo richiederebbe la trasformazione dello Stato in un’enclave militarizzata anche se gli ebrei vincessero la guerra. Albert Einstein firma nello stesso anno la lettera al New York Times che paragona il movimento di Menachem Begin ai partiti fascisti europei. Si discuteva, allora, dentro la tradizione ebraica. La pluralità delle posizioni includeva antisionisti laici accanto a sostenitori dello Stato binazionale.

Il movimento conserva un’identità politica precisa, con due correnti distinte, l’una socialista e l’altra revisionista, e una traiettoria che dal 1948 al 2018, anno della legge fondamentale sullo Stato-nazione del popolo ebraico, ha scelto con sempre maggiore chiarezza la seconda. Si può sostenerlo apertamente, come fanno Netanyahu e come oggi fa De Luca. La definizione che lo includa in qualunque sostenitore del diritto degli ebrei a vivere assume la forma dell’anatema rovesciato, e la retorica classica la chiama fallacia di definizione persuasiva. Il sionismo, dentro le sue fonti, dice altro.

COME ARRIVA, UN UOMO INTELLIGENTE, A QUESTE CONCLUSIONI?

Tre affermazioni cadono assieme davanti all’evidenza storica. De Luca le pronuncerà e le difenderà, raccogliendo ovazioni in mezza Italia. Come funziona, dentro un cervello che ha tradotto il Qohelet?

Ieri scrivevo che gli uomini di forte ideologia rinunciano a guardare oltre l’idea, e finiscono per scontrarsi con un Reale che li smentisce. Era una formula. Vorrei aprirla.

La psicologia dell’ideologizzato segue uno schema descritto da Carl Gustav Jung attraverso la formula dell’identificazione con l’archetipo. L’individuo cessa di sostenere l’idea e diventa l’idea. Quando il Reale minaccia l’idea, è la persona stessa ad essere minacciata. Davanti alla minaccia si aprono due possibilità. La prima vede crollare l’idea attraverso ciò che Jung chiamava il lutto del paradigma, processo doloroso e fecondo, l’unica via per maturare. La seconda vede crollare il Reale attraverso il meccanismo che Anna Freud chiama negazione, e che Leon Festinger nel 1957 fissa nel sintagma dissonanza cognitiva. La dissonanza si risolve sempre dalla parte dell’investimento affettivo più antico.
De Luca ha imboccato la seconda via. Lo lega a Israele un’intera vita di studio dell’ebraico antico e di soggiorno a Gerusalemme, e da quella biografia si è formato uno strato affettivo capace di opporsi alla revisione. Per proteggere l’idea, riformula il dato. L’osservazione adulta si sottomette al simbolo dell’infanzia. È un movimento umano, e si studia. In uno scrittore di pubblico ascolto, però, diventa disinformazione e un problema serio perché, purtroppo, le sue parole hanno un peso diverso da quelle di un bot di Facebook.
La scienza studia da tempo il fenomeno del confirmation bias. Gli esperimenti di Peter Wason del 1960 sul compito delle quattro carte dimostrano che il cervello umano, davanti a un’ipotesi consolidata, cerca prove a favore e ignora le prove contrarie con una regolarità impressionante. Si tratta di un meccanismo arcaico, utile alla sopravvivenza cognitiva, che ci risparmia la revisione quotidiana dell’intero edificio mentale. Quando un grande scrittore lo lascia agire a pieno regime davanti a un crimine in corso l’inerzia della sua posizione diventa un messaggio e infatti da ieri se ne discute ovunque.

Per questa ragione, ieri chiamavo cattivo maestro chi mette l’idea davanti all’evidenza. Il cattivo maestro insegna male pur sapendo. De Luca conosce in profondità il concetto di genocidio. L’ha applicato agli armeni del 1915 e ai tutsi del Ruanda. Il sionismo lo ha vissuto dall’interno e ne ha letto i fondatori. La deportazione gli appartiene verso per verso, dato che ha tradotto Esodo. La sua intelligenza si dà per acquisita. Si discute, semmai, il suo coraggio metodologico, cioè la disponibilità a fare il lutto del proprio paradigma, riconoscendo che l’amore per una storia ammette accanto a sé un’altra storia. È la fatica del saggio.

CONCLUSIONI

Il piano legale lo lasciamo ai giuristi. L’Aja sta già operando, ed è bene che operi senza i paraocchi di De Luca. La verifica storica e quella della parola pubblica ci riguardano direttamente.
Resta una sola via per De Luca, ed è quella che lui stesso ha insegnato a noi scrivendola in epigrafe della Parola contraria: «la nostra libertà non si misura in orizzonti sgombri, ma nella conseguenza fra parole e azioni». Sono parole sue del 2015, falsificate dalle frasi del 2026. La questione fondamentale riguarda ben altro che il giudizio sul valore della sua opera, e l’opera resta. Si tratta di capire se sappia rileggersi e rendere la propria parola contraria ai fatti del presente.

Ir haddammím, ad matai? Città dei sangui, fino a quando? La domanda è di sua composizione, dalla sezione di Gerusalemme dell’Ospite incallito. La sua lingua è anche la nostra. La poniamo a lui per primo, perché di tutti gli scrittori italiani è quello che ne ha saputo, almeno una volta, formulare la verità.

Exit mobile version