Alessandro Volpi
Sull’esito delle elezioni in Sassonia-Anhalt si stanno facendo molte analisi e molte verranno fatte nei prossimi giorni. Io mi limito ad una lettura molto “strutturalista”. E’ un mio limite.
L’impatto del conflitto russo-ucraino sull’economia della Sassonia-Anhalt ha assunto i connotati di una vera e propria frattura strutturale, agendo con una forza d’urto superiore rispetto ad altre aree della Germania a causa dei profondi legami storici, industriali ed energetici che legavano questo Land all’Europa orientale.
Il cuore del problema risiede nella configurazione stessa del sistema produttivo regionale, imperniato sul cosiddetto Triangolo della Chimica, dove poli industriali come Leuna e Bitterfeld-Wolfen hanno prosperato per decenni grazie a forniture stabili e a basso costo di gas e petrolio provenienti dalla Russia.
La chiusura dei rubinetti energetici e l’imposizione delle sanzioni hanno trasformato quello che era un vantaggio competitivo in una vulnerabilità critica, costringendo giganti della raffinazione a stravolgere i propri flussi logistici per sostituire il greggio che un tempo scorreva ininterrotto attraverso l’oleodotto Druzhba.
Parallelamente, il settore della produzione di fertilizzanti e prodotti chimici di base, rappresentato da realtà come la SKW Piesteritz, si è trovato sull’orlo del collasso quando il prezzo del gas naturale è schizzato a livelli tali da rendere la produzione economicamente insostenibile, innescando fermi macchina che hanno minacciato non solo l’occupazione locale ma anche le catene di approvvigionamento di settori chiave come l’agricoltura e l’autotrasporto.
Ma la crisi non si è limitata ai grandi complessi industriali, colpendo duramente anche il fitto tessuto di piccole e medie imprese metalmeccaniche e ingegneristiche della zona di Magdeburgo e Halle, che vedevano nella Russia un mercato di sbocco privilegiato e consolidato e che, dall’oggi al domani, hanno visto svanire commesse miliardarie a causa del regime sanzionatorio e dell’instabilità geopolitica.
Questa perdita di mercati esterni è stata aggravata da un’inflazione interna galoppante che ha eroso il potere d’acquisto dei cittadini in modo più marcato rispetto ai Land occidentali, poiché in Sassonia-Anhalt i salari medi restano storicamente più bassi e la quota di reddito destinata a coprire i costi di riscaldamento ed elettricità è proporzionalmente più alta.
Di conseguenza, la contrazione dei consumi privati ha colpito il commercio al dettaglio e i servizi, creando un effetto domino che ha rallentato l’intera crescita regionale. Mentre il governo locale cerca di accelerare la transizione verso l’idrogeno verde e le energie rinnovabili per garantire una nuova indipendenza energetica, il costo sociale di questa trasformazione forzata resta elevatissimo, alimentando un diffuso scetticismo verso le scelte di politica estera di Berlino e mettendo in discussione la tenuta del modello economico regionale in un mondo ormai privo dell’energia russa a basso costo.
In questo scenario, la resilienza del mercato del lavoro, che pur tiene grazie alla cronica carenza di manodopera qualificata, non basta a nascondere il senso di incertezza per un futuro industriale che deve essere interamente riscritto sotto la pressione di costi operativi permanentemente più elevati e di una riconversione tecnologica che richiede tempi e capitali che non tutte le aziende locali sembrano in grado di sostenere.
Non c’è dubbio che la guerra produce effetti politici sempre più evidenti e che il blocco sociale del lavoro rifiuta il modello militarizzato e pedagogizzante della Germania europea.
La sinistra in Europa deve tornare a parlare e ad ascoltare quel blocco.
