Lavinia Marchetti
“Definisci bambino”. La frase ha qualche mese. La riprendo adesso perché soltanto col tempo se ne misura la portata reale, quella di un sentimento condiviso che allora pareva l’escandescenza di un singolo. Eyal Mizrahi, presidente dell’Associazione Amici Italia-Israele, l’aveva pronunciata in televisione davanti a Enzo Iacchetti, e da allora due parole accostate, «definisci bambino», hanno continuato a tornare. Le ho ritrovate identiche in questi giorni, leggendo i commenti che alcuni cittadini israeliani lasciavano sotto un articolo sui raid nel Libano del sud, dove tra i sei morti del 2 giugno figuravano tre minori. Ricompariva lo scetticismo sul conteggio, ricompariva la pretesa che un morto dimostrasse di essere ciò che la sua età dichiarava. Una persona si liquida come fanatica interi “cori”, da anni, è un po’ più complicato.Il 29 maggio, a La Zanzara su Radio24, David Parenzo (sic!) presenta l’ospite come «un vecchio amico» e «grande eroe e grande carrista», e torna persino sulla lite con Iacchetti per assolverlo in anticipo: «È stato vittima di un linciaggio mediatico da parte di un signore che gli ha messo in bocca parole che voleva esprimere diversamente». Come no! Certo! L’inquadramento conta e viene preventivamente assegnato all’ospite il ruolo del reduce da un torto, e a chiunque lo contraddica quello dell’aggressore. Vedete per caso un nesso con la situazione a Gaza? Io sì. Da lì il confronto precipita. All’attivista che lo incalza, Mizrahi oppone la teologia dell’aut aut: «O sei sionista o sei nazista». Alla domanda se riconosca lo Stato di Palestina risponde con un’alzata di spalle: «Perché? Esiste lo Stato di Palestina? È riconosciuto solo dall’Onu, ma devono ancora costruirlo». Poi arriva la bandiera al corteo del 25 aprile, equiparata alla svastica, e il muftì di Gerusalemme tirato per la giacca fino a Hitler.I MORTI SONO TUTTI COMBATTENTI, ANCHE AD UN ANNOIl momento in cui la conversazione tocca il fondo riguarda i numeri, e va citato per esteso, perché lì la mente al lavoro si lascia vedere. Cruciani porta il discorso sulle vittime civili. Mizrahi: «Non si sa quanti siano davvero i morti, almeno finché non vedo la lista di tutti i nomi e cognomi». E aggiunge il calcolo che gli serve: «Hamas paga 50mila vedove, quindi significa che almeno 50mila combattenti sono morti». Da questa aritmetica discende la frase madre, quella che riassume le altre: «Hamas arruola ragazzi di 14 anni, negli ultimi mesi anche di 12. Se un dodicenne ti punta addosso un mitra o un lanciarazzi, è un soldato». Più avanti la cifra complessiva viene riscritta in blocco: «70mila morti di Gaza siano in realtà 70mila combattenti», con il corollario che spiega la cecità altrui, «sono tre anni che vi lavano il cervello con foto e filmati fasulli su Gaza». Quando il conduttore gli chiede senza giri se Israele abbia fatto bene a radere al suolo la Striscia, l’ospite non arretra: «Sì, assolutamente. Erano obbligati. Non hanno ammazzato la gente: spostavano continuamente i palestinesi a destra e a sinistra». E qui emerge la tesi di De Luca, evidentemente una tesi interna al sionismo. Se sposti un popolo e lo stermini, beh non è genocidio. Il movimento fa molto bene, si sa. Solo dopo, quasi distratto, concede una scheggia di realtà: «È una guerra, ok. Sono morte un sacco di persone».FLOTILLA: PROVOCATORI FINANZIATI DA CHI? L’epilogo introduce l’unica voce che si rifiuta di stare al gioco. Mentre l’attivista ricorda che la Flotilla si trovava in acque internazionali, e dopo che Mizrahi ha proposto «un mese in galera come minimo» per quei «provocatori finanziati chissà da chi per mettere in difficoltà il governo Meloni», interviene Savino Balzano e rompe il tono da intrattenimento: «Cruciani, ma come fai a non vergognarti di ospitare uno che sostiene che Israele abbia fatto bene a spianare Gaza? Mizrahi, dovresti vergognarti, tu sei un mostro: il tuo pensiero è offensivo per l’umanità». Poi cita il ministro Smotrich, «per ogni soldato ferito, cento case libanesi da distruggere», e parla di «metodi che ricordano quelli delle Fosse Ardeatine». La risposta funziona come una confessione involontaria del metodo: «Smotrich non conta niente. E comunque parlava di case, non di persone. Siete una mandria di capre».I BAMBINI DI GAZA «Definisci bambino». Il bambino rappresenta l’ultima figura che le società umane considerano sottratta al calcolo, il limite oltre il quale anche la logica della guerra dovrebbe arrestarsi. Renderlo «definibile», sospendere la sua evidenza in attesa di un certificato anagrafico che chi domanda sa bene irreperibile sotto le bombe, vale a cancellare quel limite. La mossa appartiene al nominalismo più freddo. Contestato il nome, si contesta la cosa, e una creatura uccisa non turba più la coscienza finché qualcuno non dimostri, nome e cognome alla mano, che apparteneva alla categoria protetta. Buona parte dei bambini sono ossa e polvere. Lo sanno bene. La richiesta della «lista di tutti i nomi e cognomi» replica la procedura applicata ai morti adulti. NEGAZIONISMO E PALLYWOODIl negazionismo possiede una lunga consuetudine con la prova impossibile, e Robert Faurisson la eresse a metodo quando pretendeva che gli si esibisse una sola camera a gas per credere allo sterminio. Si finge l’esigenza scientifica e si pratica la sospensione indefinita del giudizio, nella certezza che il dubbio, prolungato a sufficienza, faccia il lavoro della smentita.La requisitoria contro «foto e filmati fasulli» completa l’opera, estendendo il sospetto dall’aritmetica alla percezione. Susan Sontag, meditando sul modo in cui guardiamo il dolore degli altri, aveva avvertito che l’immagine di un’atrocità si presta sempre all’accusa di menzogna, e che tale accusa offre l’ultima difesa a chi preferisce restare cieco. Bollare le riprese di Gaza come messinscena, quella Pallywood evocata da anni dalla propaganda filogovernativa israeliana, dispensa lo spettatore dal compito di reggerne lo sguardo. Se il piccolo estratto dalle macerie è un attore e la carestia un fotomontaggio, l’indifferenza acquista l’aria della lucidità, il famoso: “andiamoci cauti!”. Al negazionismo dei nostri anni basta inquinare le prove, senza alcun bisogno di occultarle, lo spettatore affaticato sceglie la versione che gli concede di dormire. DISIMPEGNO MORALERiprendo un attimo lo psicologo Albert Bandura, lo uso spesso ultimamente (difficile farne a meno, visti i tempi) ha catalogato i congegni con cui una persona comune si autorizza a partecipare a un male enorme senza sentirsi malvagia, e li ha chiamati meccanismi di “disimpegno morale”. Nel monologo di Mizrahi se ne riconoscono almeno tre, intrecciati con naturalezza. 1) L’etichettamento eufemistico ribattezza settantamila morti «settantamila combattenti» e riduce una popolazione spinta sotto i bombardamenti a gente fatta accomodare «a destra e a sinistra». 2) La colpa viene rovesciata sulla vittima, cosicché il dodicenne ucciso risulta responsabile della propria morte per aver, in ipotesi, imbracciato un’arma. 3) La deumanizzazione toglie all’altro la statura di interlocutore morale e lo consegna al rango del nemico assoluto, del controllato dai terroristi, della mandria di capre. Bandura osservava che proprio la deumanizzazione opera con la maggiore efficacia, perché una volta perduta dall’altro la qualità di persona, infliggergli sofferenza non desta più i freni interni che di norma possediamo.Le stesse persone che pretendono una perizia anagrafica prima di concedere lacrime a un piccolo di Gaza hanno saputo piangere senza condizioni i bambini israeliani rapiti il 7 ottobre, e avevano ragione di piangerli, perché davanti a un bambino ucciso la sola reazione umana possibile è il lutto. L’intollerabile sta nella facoltà di accordare a un’infanzia ciò che si toglie all’altra, di estendere la categoria protetta ai figli del proprio popolo e di sospenderla per i figli del nemico. La psicologia morale chiama questa asimmetria “divario empatico tra gruppo interno e gruppo esterno”, e ne ha documentato la diffusione, mostrando che la mente attribuisce spontaneamente una vita interiore a chi sente simile e la sottrae a chi colloca fuori dal cerchio dei propri. La domanda «definisci bambino» disegna precisamente quel cerchio, e dalla parte esterna lascia cadere metà dei bambini del mondo. Una crudeltà che si presenta come prudenza statistica nasconde una decisione anteriore su chi abbia titolo all’infanzia, e tale decisione costituisce già, nella sua essenza, l’atto genocidario, perché lo sterminio di un popolo comincia molto prima delle bombe, nell’istante in cui una collettività non riconosce più l’altro come membro della propria specie.SOLO UNO PSICOPATICO? O UN’OPINIONE PUBBLICA GENOCIDA?Verrebbe la tentazione di archiviare il personaggio come “patologia individuale”, magari assieme a Ben-Gvir, Smotrich, Netanyahu e compagnia terrorista. Balzano gliene offre il nome chiamandolo “mostro”. Ma siamo sicuri che sia un problema individuale? Beh, così, si collocherebbe il male in un’eccezione e lascerebbe intatta la regola. I sondaggi sbarrano questa via di fuga. Nel marzo del 2025 il gruppo Geocartography ha intervistato per conto della Pennsylvania State University milleecinque ebrei israeliani, e i risultati, pubblicati da Haaretz alla fine di maggio, descrivono un paese dove la posizione di Mizrahi è quella maggioritaria. – L’ottantadue per cento si è detto favorevole all’espulsione dei palestinesi da Gaza, quel «trasferimento» che il diritto internazionale qualifica come crimine contro l’umanità. – Il quarantasette per cento ha risposto di sì alla domanda se l’esercito, conquistando una città nemica, debba comportarsi come fece Giosuè a Gerico, uccidendone tutti gli abitanti. – Due terzi degli intervistati credono che un moderno Amalek esista oggi, e di questi il novantatré per cento ritiene tuttora valido il comando biblico di sterminarlo. La sacralizzazione dell’annientamento, che a noi pare il delirio teologico di un singolo, vive come opinione diffusa in una delle nazioni più istruite (male) del pianeta.L’Istituto per la Democrazia in Israele ha fatto ancora di più.- Quasi quattro ebrei israeliani su cinque, il settantanove per cento, dichiarano di non essere turbati dalle notizie sulla fame e sulla sofferenza a Gaza, e oltre la metà precisa di non esserlo per nulla. – La giustificazione raccolta dai ricercatori ripete con monotonia una sola idea, l’assenza a Gaza di persone estranee al conflitto, la convinzione che siano tutti partecipi di ciò che accadde il 7 ottobre e perciò indegni di soccorso.- La dottrina dell’assenza di innocenti rende superflua la domanda «definisci bambino», perché ne anticipa la risposta, nessuno laggiù è innocente, dunque nessuno è davvero un bambino. La distinzione tra combattente e civile, posta al centro del diritto bellico fin dalle convenzioni dell’Aja, viene abolita alla radice, e con essa l’idea che la guerra conosca un limite morale. Cancellata la categoria del civile, il massacro prende il nome di operazione militare e il genocidio quello di guerra.FOLKLORE O PROPAGANDA SIONISTA? BUONA LA SECONDAA questo punto la vicenda italiana rivela la propria natura di sintomo, oltre il folklore radiofonico. La trasmissione del 29 maggio aggiunge a quell’analisi un capitolo italiano, perché mostra la regola del linguaggio diffondersi attraverso lo svago invece che attraverso un ministero. Parenzo accoglie il giustificatore del radere al suolo Gaza come «vecchio amico» e «grande eroe», Cruciani gli porge le domande che alimentano lo spettacolo, e l’orrore arriva agli ascoltatori nel formato dell’intrattenimento pomeridiano, con la risata pronta a stemperare la bestemmia. Resta la posizione di Balzano, che merita rispetto e insieme un rilievo impietoso. La sua indignazione suona autentica e necessaria, e tuttavia la frase con cui prova a salvarsi tradisce un disagio più profondo di quanto egli creda: “Noi non siamo mica come gli israeliani di Israele. Alle nostre feste di compleanno sulla torta non ci deve essere mica un cappio”.
