Alessandro Volpi
C’è un aspetto controverso, e ancora dubbio, nel Memorandum d’intesa fra Stati Uniti e Iran che, se confermato, avrebbe conseguenze non banali. Sembra infatti che sia prevista la creazione di un Fondo di investimento con capitali internazionali per procedere alla ricostruzione e al potenziamento delle infrastrutture, a cominciare da quelle energetiche, dell’Iran. Ne ha parlato in modo non esplicito il vice presidente Vance e qualche riferimento è emerso anche dai vertici iraniani.
Si tratterebbe di un Fondo da circa 300 miliardi di dollari a cui parteciperebbero i Fondi sovrani dei paesi del Golfo, le major petrolifere americane, qualche grande impresa europea, tra cui Eni, e qualche realtà coreana e giapponese. La costruzione e la gestione del Fondo sarebbe affidata a BlackRock e Goldman Sachs con l’ausilio del Fondo monetario internazionale.
Se ciò avvenisse, si capirebbe perché Trump vuole accelerare sulla tregua. Da un lato infatti il presidente teme che una ulteriore chiusura di Hormuz spinga in alto l’inflazione, nonostante la disponibilità Usa di combustibili fossili, e quindi costringa la Fed del neo presidente Kevin Warsh ad alzare i tassi con conseguenze pesanti per i milioni di statunitensi indebitati e per il barcollante debito federale Usa. Dall’altro, il Fondo in questione aprirebbe occasioni alla finanza e all’economia degli Stati Uniti, sfruttando la necessaria rimozione delle sanzioni contro l’Iran e puntando a indebolire la presenza cinese nel paese dove, peraltro, ad oggi gran parte dell’economia è in mani pubbliche a cominciare dalla NIOC, che controlla i giacimenti di petrolio e gas. Pur in estrema difficoltà – o meglio, proprio per questo – il presidente Trump usa la forza militare per sostenere il capitalismo finanziario.
Certo l’asse Cina-Iran sembra difficile da scalfire. Naturalmente al G7 si fanno solo battute e i simpatici europei, Macron e Meloni in primis, esultano perché il presidente cotonato ha ricominciato a sorridergli.
