Alfredo Facchini
Gli Stati Uniti hanno deciso: Francesca Albanese deve sparire dalla vita civile, cancellata come cittadina, ridotta a un fantasma politico, un’appestata del sistema globale.
La relatrice speciale dell’Onu per i diritti umani nei territori palestinesi non può aprire un conto corrente, non può ricevere un bonifico. Può solo sopravvivere a contanti. Per Washington & Tel Aviv, Albanese è una minaccia da eliminare dalla scena pubblica.
La condanna è surreale, ma reale: fino a 20 anni di carcere e multe milionarie in dollari per chiunque osi avere rapporti economici con lei. È così che agisce l’impero: con la logica del ricatto e del terrore. La pena non colpisce solo lei, ma chiunque le si avvicini. Una quarantena politica, finanziaria, esistenziale.
Secondo gli Stati Uniti, Albanese avrebbe «collaborato direttamente con la Corte Penale Internazionale per indagare, arrestare, detenere o perseguire penalmente cittadini statunitensi o israeliani».
Le sanzioni americane trasformano Francesca Albanese in una proscritta: beni congelati, divieto d’ingresso negli Stati Uniti come una reietta politica, interdizione totale dai rapporti finanziari con cittadini e aziende americane, pena multe e carcere per chiunque osi sfiorarla.
Francesca Albanese lo dice chiaro: «Non è solo un attacco a me, è un attacco alle Nazioni Unite». Ma la rappresaglia di Washington – ordinata da Trump – è passata ovviamente senza rumore. Silenzio totale dal governo italiano, incapace persino di una telefonata di solidarietà.
Non una parola per difendere una cittadina italiana colpita da un provvedimento punitivo senza precedenti. Nessun presidente della Repubblica che ricordi cosa significhi la Costituzione.
Intanto il marchio d’infamia funziona: banche che si chiudono, istituti che rifiutano di aprirle un conto, perfino Banca Etica che si adegua al diktat Usa. Tutto piegato all’arroganza americana, tutto sottomesso all’impero che brandisce la finanza come arma di guerra.
Albanese ha osato nominare l’apartheid israeliano, denunciare l’economia del genocidio a Gaza, chiamare i crimini di guerra con il loro nome. Per questo viene ridotta a paria.
Israele la vuole punita, Washington esegue.E allora la domanda rimbalza: se oggi possono distruggere la vita di una relatrice Onu perché ha osato denunciare un genocidio, domani chi sarà il prossimo?
