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Governo e Confindustria d’accordo. I salari sono troppo bassi e frenano la crescita. Ma gli industriali non intendono aumentarli

Alessandro Volpi

All’Assemblea di Confindustria si è celebrato un incontro di amorosi sensi tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente degli industriali Emanuele Orsini. D’accordo praticamente su tutto, dalla necessità di procedere ad una veloce deregolamentazione a prescindere, alla esigenza dell’ennesima “spending review”, al riarmo, al nucleare.

Su un punto Meloni non si è pronunciata che è stato sollevato, in maniera paradossale, da Orsini: la necessità di aumentare i salari che, subito, lo stesso Orsini ha detto non dipendere dalle imprese!! Fantastico: su questo tema occorre ricordare due dati. il primo. Tra gennaio 2021 e l’inizio del 2026, i salari reali (retribuzioni contrattuali depurate dall’inflazione) sono diminuiti di circa l’8,6% – 8,8%.L’elemento risulta ancora più critico se si guardano i salari offerti negli annunci di lavoro (i cosiddetti “posted wages”): l’analisi dell’Indeed Hiring Lab evidenzia per l’Italia una perdita di valore reale dell’11,1% nello stesso periodo.

Il secondo.Tra il 2022 e la metà del 2026, le imprese dell’area Confindustria hanno intercettato un ammontare di incentivi pubblici. stimato tra i 40 e i 50 miliardi di euro. A questi due dati ne va aggiunto un terzo ancora più eloquente. I profitti, nel periodo 2022-2026, sono stati ai massimi storici (oltre 400 miliardi di euro cumulati). Tanti soldi pubblici, tanti profitti e salari da fame. Viva Orsini e Meloni.

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