Lavinia Marchetti
Hamas, Fatah, Dahlan, Barghouti. la Palestina, a novembre, potrebbe tornare alle urne
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Vent’anni senza elezioni legislative nazionali non sono roba di poco conto, anche se, a dirla tutta, sono anche vent’anni di assedi, annessioni, incarceramenti e un genocidio finale. A novembre, comunque, i palestinesi dovrebbero finalmente tornare a votare per il Consiglio legislativo. Oggi sul Manifesto il sempre informatissimo Michele Giorgio scriveva che la sensazione è che a Ramallah le urne facciano più paura dell’astensione. In effetti Fatah sa bene di arrivarci consumata da una lunga, lunghissima crisi di legittimità, mentre ai suoi margini prende forma un’intesa che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata un delirio, ovvero Mohammed Dahlan insieme ad Hamas. Sappiamo da Al Jazeera che l’accordo definitivo tra Dahlan e Hamas ancora non risulta concluso, ma che comunque al Cairo si sono incontrate delegazioni di Hamas e della Corrente riformista di Dahlan, insieme ad altre forze palestinesi, e lo stesso Hamas parla di un «ampio blocco nazionale» per le elezioni del 28 novembre.
Per chi non conoscesse o ricordasse chi è Dahlan, basti dire che è stato uno degli uomini più potenti dell’apparato di sicurezza palestinese a Gaza, nemico dichiarato di Hamas, protagonista dello scontro che seguì la vittoria elettorale islamista del 2006 e che culminò l’anno dopo nella rottura tra Gaza e Cisgiordania. Mohammed Dahlan è l’incarnazione vivente delle contraddizioni di Fatah dopo Oslo. Nato nel 1961 nel campo profughi di Khan Younis, a Gaza, fu tra i fondatori e dirigenti di al-Shabiba, la gioventù di Fatah, e venne arrestato più volte dagli israeliani. Nel gennaio 1987 Israele lo deportò da Gaza in Giordania, pochi mesi prima dell’inizio della Prima Intifada. Da lì raggiunse Arafat e la leadership dell’OLP a Tunisi e tornò nei Territori nel 1994, insieme alla nuova classe dirigente palestinese prodotta dagli accordi di Oslo. Fu allora che Arafat gli affidò la Sicurezza preventiva nella Striscia. Dahlan divenne rapidamente uno degli uomini più potenti di Gaza, comandava un apparato di circa ventimila uomini e manteneva rapporti stretti con la CIA e con lo Shin Bet. Durante quel periodo i suoi uomini furono accusati a più riprese di arresti arbitrari, torture e repressione contro Hamas. La Sicurezza preventiva aveva del resto tra i propri compiti il contenimento dell’opposizione agli accordi dell’OLP, con Hamas tra i principali bersagli. Dopo la vittoria elettorale di Hamas nel 2006, Dahlan divenne il principale uomo di Fatah nello scontro con il movimento islamista. Ho detto delirio perché Dahlan in passato ha combattuto Hamas addirittura coordinandosi con i servizi israeliani. Oggi, espulso da Fatah e divenuto capo della propria Corrente riformista, può accordarsi proprio con coloro che contribuì a reprimere. La politica gioca brutti scherzi e le alleanze che sembrano assurde a volte accadono.
L’accordo ci dice molto soprattutto sulla debolezza di Fatah. Abu Mazen ha novant’anni, Hussein al-Sheikh viene preparato da tempo come successore, l’Autorità nazionale palestinese si porta dietro anni di accuse di corruzione e la palese impotenza davanti all’espansione israeliana. Giorgio ricorda che una nuova sconfitta elettorale, dopo quella del 2006, è considerata ormai una possibilità concreta. Ed è difficile liquidare tutto come semplice crescita di Hamas. Il problema principale è che l’ANP ha amministrato per anni una condizione coloniale senza riuscire a modificarne minimamente i rapporti di forza; nel frattempo quei rapporti sono diventati ancora più sfavorevoli ai palestinesi.
L’utilità per Hamas è piuttosto evidente, infatti dopo la distruzione di Gaza e l’indebolimento della propria capacità di governo, un’alleanza con Dahlan offrirebbe un ponte verso la politica istituzionale palestinese. Dahlan dispone di relazioni con l’Egitto, gli Emirati, gli Stati Uniti e altri attori regionali che Hamas da sola fatica a raggiungere. Un analista citato da Al Jazeera osserva che proprio questa rete rende Dahlan prezioso per Hamas: può consentirle di presentarsi come forza politica capace di entrare in una coalizione palestinese più larga, anziché restare confinata all’identità di movimento armato e governo di Gaza.
Per Dahlan l’utilità è diversa, per lui sarebbe un modo di rientrare da protagonista nella politica palestinese. Infatti, dopo l’espulsione da Fatah e gli anni negli Emirati, potrebbe rientrare nella politica palestinese attraverso le urne senza passare dalla riconciliazione con Abu Mazen. Una buona prestazione della lista lo trasformerebbe da dissidente in esilio a interlocutore necessario per il futuro dell’ANP e, inevitabilmente, per la partita del dopo-Abbas. È significativo che Fatah abbia già aperto colloqui con la corrente di Dahlan proprio mentre cresceva l’ipotesi dell’accordo con Hamas. La leadership di Ramallah ha evidentemente compreso il pericolo.
Sappiamo bene che Israele ha impiegato anni, mezzi militari immensi e una distruzione senza precedenti per colpire Hamas a Gaza. Eppure il movimento guidato oggi da Khalil al-Hayya conserva una capacità politica sufficiente per rientrare nel gioco elettorale tentando di recuperare influenza anche in Cisgiordania (mi viene da dire: che cosa hanno da perdere i palestinesi?). Un’organizzazione come Hamas può anche perdere i suoi dirigenti e molti miliziani, ma la sua sopravvivenza politica non dipende soltanto da quello, bensì anche dalle condizioni che continuano a renderla credibile agli occhi di una buona parte della popolazione. Quali condizioni continuano ad alimentare il consenso verso Hamas? Semplice. Occupazione, colonizzazione, fallimento del processo di Oslo, corruzione e discredito dell’ANP, apartheid, incarceramenti arbitrari e così via. Tutto ciò non solo non è migliorato, ma si è aggravato, e a Gaza c’è stato e c’è un genocidio.
Poi c’è Marwan Barghouti, detenuto nelle carceri israeliane, che comunque può ancora alterare profondamente gli equilibri di Fatah. La sola ipotesi di una sua candidatura in mezzo a una classe dirigente invecchiata malissimo può avere un peso politico che l’apparato di Ramallah non riuscirà mai a ricostruire da solo. Il carcere israeliano, con una delle ironie più crudeli della storia palestinese, lo ha preservato dall’impopolarità della classe dirigente attuale.
Infine c’è Gerusalemme Est. Gli accordi israelo-palestinesi nati dal processo di Oslo prevedono la partecipazione dei palestinesi della parte orientale della città alle elezioni legislative. Nel 2021 Abu Mazen indicò proprio l’impossibilità di garantire il voto a Gerusalemme Est come ragione per rinviare il processo elettorale. Lo stesso nodo può riapparire a novembre. Questo significa, in breve (ma la questione è parecchio complicata storicamente), che Israele, potenza occupante, conserva un potere concreto sulle condizioni materiali attraverso cui i palestinesi possono scegliere i propri rappresentanti.
Il problema di Fatah è tutto qui. Da vent’anni domina l’Autorità palestinese, che esercita competenze limitate in parti della Cisgiordania occupata, senza sottoporsi a una nuova verifica legislativa nazionale, mentre Hamas ha governato de facto Gaza dal 2007. In mezzo, una rappresentanza palestinese congelata per due decenni. Se le elezioni si terranno davvero, per Fatah il rischio sarà scoprire quanto consenso le sia rimasto e, per Hamas, misurare quanto della propria forza politica sia sopravvissuto alla distruzione di Gaza.
