Alfredo Facchini
I MORTI DI REGGIO EMILIA 7 luglio 1960.
Il governo è quello di Fernando Tambroni. Un monocolore democristiano che resta in piedi grazie ai voti sporchi del Movimento Sociale Italiano.
Sono passati appena quindici anni dalla Liberazione e quello che resta del fascismo torna a pesare sugli equilibri del Paese. Per molti è un’offesa intollerabile. Le piazze si incendiano da nord a sud.A Reggio Emilia è sciopero generale cittadino. La prefettura vieta manifestazioni e assembramenti. Concede soltanto una riunione nella Sala Verdi, seicento posti per una città che vuole parlare. Fuori, però, ce ne sono ventimila.Trecento operai delle Officine Reggiane si raccolgono davanti al monumento ai Caduti.
Alle 16.45 arrivano le camionette. Trecentocinquanta agenti agli ordini del vicequestore Giulio Cafari Panico, affiancati dai carabinieri del colonnello Giudici. Prima gli idranti, poi i lacrimogeni. Infine i fucili. La folla arretra verso il quartiere San Rocco. Qualcuno trascina tavoli, assi di legno, sedie. Barricate improvvisate. La risposta è una raffica di fuoco. Non colpi in aria. Non spari d’avvertimento. Si spara ad altezza d’uomo.Alla fine si conteranno 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola.
Sul selciato restano cinque uomini: Lauro Farioli, ventidue anni; Ovidio Franchi, diciannove; Marino Serri, quarantuno, partigiano della 76ª SAP; Afro Tondelli, trentasei, anche lui partigiano della 76ª SAP; Emilio Reverberi, trentanove anni, partigiano e commissario politico del distaccamento “G. Amendola”. Operai. Comunisti. Uomini che il fascismo lo avevano già combattuto con le armi.
I feriti ufficiali sono sedici, quelli abbastanza gravi da essere ricoverati. Gli altri tornano a casa con il sangue addosso o scompaiono nelle pieghe delle cronache.L’Italia resta senza fiato. La CGIL proclama lo sciopero generale nazionale e il Paese si ferma. Ma non è finita. L’8 luglio la polizia spara di nuovo, questa volta a Palermo: quattro morti, fra loro un ragazzo di quindici anni, trentasei feriti da arma da fuoco, centinaia di fermati e decine di arresti. Sommando Catania, Licata e gli altri scontri, alla fine saranno undici i morti di quei giorni.
La rivolta era cominciata una settimana prima, il 30 giugno, a Genova. La città medaglia d’oro della Resistenza aveva respinto il congresso del Movimento Sociale Italiano. I ragazzi con le magliette a strisce avevano difeso la memoria partigiana. Travolto dalle proteste, Tambroni è costretto alle dimissioni. Per Reggio Emilia arriva anche un processo contro un vicequestore e un agente. Finisce come troppe volte accadrà nella storia della Giustizia italiana: assoluzioni, insufficienza di prove, responsabilità dissolte. Cinque uomini sono morti sotto una pioggia di proiettili.
Eppure, davanti alla legge, nessuno ha sparato. Nessuno ha ucciso.Non si dimentica.
