di Lioubov Kriakvina (scrittrice)
Agli occidentali il crollo del Muro di Berlino e la fine del sistema sovietico sono sempre stati raccontati come una favola rassicurante da cartolina: l’arrivo trionfale della libertà, dei jeans e del benessere. Ma la storia viene sempre scritta da chi vince, o da chi crede di aver vinto.
Io quel passaggio l’ho vissuto sulla mia pelle da studentessa a Mosca, alla fine del 1990. È vero, la realtà era anche fatta di dettagli quotidiani duri: la tessera del compratore, le file interminabili e un senso costante di incertezza. Per chi era lì, non è stata una transizione indolore, ma un vero e proprio terremoto economico e culturale. Dall’oggi al domani sono svaniti diritti che lo Stato garantiva: la stabilità sociale, la certezza del futuro e il diritto allo studio. Un intero patrimonio pubblico è stato svenduto ai poteri privati.
Esiste oggi un filtro invisibile secondo cui tutto ciò che era sovietico deve essere dipinto come grigio, triste e affamato, mentre tutto ciò che era occidentale è sinonimo di salvezza. Questa narrazione serviva e serve anche adesso a un fine preciso: giustificare il sistema neoliberale, facendo credere che non esistano alternative possibile. Ma nessuno racconta che per milioni di persone quella sbandierata “libertà” e “democrazia” ha significato svegliarsi la mattina senza più un lavoro o un alloggio sicuro.
Nonostante ciò, io sono stata fortunata, potendo in quegli anni viaggiare fuori dalla Russia – a Mosca ero una studentessa, ma mio padre lavorava all’estero perciò viaggiavo frequentemente nei paesi dell’Est, soprattutto in Ungheria – così che sento molto mia una frase pronunciata di recente da Melania Trump, che riassume perfettamente quel cortocircuito che ho vissuto: «Ho avuto una bellissima gioventù sotto il comunismo».
