Giusto qualche giorno fa Giancarlo Selmi, salentino padre di Giulio, ragazzino affetto da grave disabilità, aveva scritto una lettera aperta alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per chiedere più attenzioni per le famiglie come la sua. Una lettera non priva di critiche.
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“Anche io ho una figlia disabile, ma non rompo i coglioni. Prenditi l’accompagnamento e accontentati”. Un’altra mi ha detto che sono un coglione, poi, non contenta, mi ha scritto su Messenger e mi ha ripetuto l’insulto aggiungendo cose che faccio fatica a ripetere. Due donne. La seconda è da tso, la prima fa ribrezzo. Va data Solidarietà alla figlia disabile, perché due volte sfortunata. Immagino quale possa essere l’impegno, nei suoi confronti, della madre, contenta con la sua “indennità di accompagnamento”. Schifo vero. Sono solo due degli oltre 10.000 commenti sotto la mia lettera alla “Signorina” Meloni. Ma ce n’è per tutti i gusti.
Non sono riuscito a leggerli tutti, ovviamente. Ma quelli che ho letto, tipo i due sopra, bastano e avanzano: insulti, volgarità, miserie umane di ogni tipo. Alcuni davvero vergognosi. E, soprattutto, la conferma plastica del livello sotterraneo di buona parte dei sostenitori di quella che “doveva cambiare l’Italia” e “fare la storia”, e che invece ha cambiato soprattutto sé stessa: la sua vita, la sua residenza, il suo look e, già che c’era, anche la sorte di parenti e amici. Ai poveri italiani penserà dopo. Prima c’è da accumulare un altro miliardo di promesse da spendere in campagna elettorale, accompagnate dalla solita liturgia di alibi, piagnistei e scaricabarile.
Puntualmente ci sarà chi ci crederà: mandrie di pecore con sembianze umane, diritto di voto e spirito da tifoseria. Si tornerà a parlare di “quelli prima”. E siccome “quella prima” ormai è lei, allora toccherà prendersela con “quelli prima di quelli prima”. Un capolavoro di acrobazia politica. Ma torniamo alla mia lettera. Quella lettera è una testimonianza. Racconta fatti, non fantasie. Eppure, nel 99% dei casi, i commentatori meloniani non hanno preso atto di nulla: si sono messi a cercare disperatamente una pezza per tappare il buco. Quando non sono passati direttamente all’insulto personale, arrivando perfino, in qualche caso, a mettere in dubbio la disabilità di mio figlio. E qui non siamo più alla polemica politica: qui siamo alla disumanità pura. A una miseria morale che meriterebbe di studi antropologici.
Poi c’è il solito benaltrismo industriale: “E quelli prima?”, “E il tuo Conte?”. No. Nessuno, prima, ha tolto fondi alle non autosufficienze: Conte li ha aggiunti. E comunque il punto non sono i sussidi. Il punto sono le cure. Le benedette cure. Le riabilitazioni. Quelle che diventano ogni giorno più rare, più irraggiungibili, più a pagamento. Oppure sostituite da improbabili sedute di gruppo: magari utili per l’autocoscienza, ma non per i disabili. Il problema è “il dopo di noi”, sono i “progetti di vita indipendente”, tutto sparito. Una signora, in un commento con la erre moscia e con acca e accenti messi “ad cazzum”, mi ha scritto che “devo avere un’origine sociale molto bassa, per esprimermi in questo modo”. Seguiva una sfilza di insulti da taverna malfamata di quart’ordine, esibiti con sorprendente competenza. Una contessa, insomma. Per le acca e gli accenti, invece, lasciamo stare, facciamolo per carità cristiana.
Ed è proprio questo che fa più paura di questo governo: non solo quello che fa, ma il mondo che immagina. Un mondo costruito a misura di questi commentatori. Basta guardarsi intorno, sulla rete, diventata ormai una fogna a cielo aperto, per strada, nei luoghi pubblici, ovunque: egoismo, individualismo, assenza di cultura, brutalità normalizzata. Gli “itagliani” stanno diventando esattamente il materiale umano perfetto per questo progetto. Noi, nel frattempo, restiamo aggrappati con tutte le nostre forze a un’altra idea di società e di mondo. Io lo faccio da cristiano, da zecca rossa, da comunista, e, sì, da persona che prende sul serio gli insegnamenti di Gesù. E ne sono orgoglioso.
Per loro sono un sovversivo: hanno ragione. Perché se c’è qualcosa di davvero sovversivo, oggi, in Italia, è la capacità di restare umani.
