Lavinia Marchetti
L’INFERNO LIBIA. TESTIMONIANZE E PROCESSI ALL’AJA. DOSSIER.
https://laviniamarchetti.substack.com/p/linferno-libia-allaja
Il tratto di mare che separa le due sponde del Mediterraneo segna una cesura tra diversi mondi e diverse esistenze, una faglia giuridica e politica, ma soprattutto una “necropolitica”.
I corpi dei migranti subiscono una riduzione a meri numeri, mera statistica, esclusi dal diritto attraverso accordi bilaterali e silenzi convenienti. Insieme a Massimiliano Tognetti, che si occupa più approfonditamente di filosofia della storia e del diritto, abbiamo cercato di svelare i dettagli di questa violenza istituzionale nel dossier intitolato “L’inferno Libia all’Aja”. Questa indagine ripercorre le imputazioni contro i responsabili dei campi di detenzione libici e analizza la fuga di Osama Almasri, una vicenda che ancora interroga le nostre coscienze e le responsabilità storiche del nostro Paese.
Vi metto qui una parte delle testimonianze, per leggerlo integralmente c’è l’opzione abbonamento, non per guadagnarci, ma per sostenere una causa di giustizia. Abbiamo deciso che i proventi dell’abbonamento substack per quanto riguarda questo dossier andranno a sostenere direttamente Refugees in Libya, https://www.refugeesinlibya.org/ autogestita dai sopravvissuti che contrasta i centri di tortura e difende la libertà di movimento.
P.S. per chi vuole leggerlo e non ha disponibilità economica, poiché siamo entrambi per la libera diffusione del sapere, basta una mail a lavinia.marchetti85@gmail.com e vi invio il pdf gratuitamente. L’abbonamento serve solo per dare una mano a questa organizzazione che fa un lavoro immenso.
L’INFERNO LIBICO
A Mitiga, dentro l’aeroporto militare di Tripoli, il rumore della paura era il tintinnio delle chiavi nel corridoio. Quando si avvicinavano nella sezione femminile, ogni cella ammutoliva. Stava arrivando Khaled Mohamed Ali El Hishri, detto Al Buti, l’uomo che i prigionieri chiamavano “l’angelo della morte”. È lui oggi, primo libico nella storia a comparire davanti alla Corte penale internazionale per i crimini commessi in Libia dopo la caduta di Gheddafi, sotto il peso di diciassette capi d’accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La sua prima comparizione davanti alla Camera Preliminare I è stata il 3 dicembre 2025, due giorni dopo la consegna all’Aja da parte della Germania, che lo aveva arrestato in Baviera il 16 luglio precedente. Le udienze di conferma delle accuse, tre giorni, dal 19 al 21 maggio 2026, hanno concluso la fase preliminare; le udienze di conferma delle accuse, alle quali partecipano sessantaquattro vittime autorizzate dai giudici, si sono aperte il 19 maggio 2026. Accanto al suo nome ne corre un altro: Osama Najeem Almasri Habish, direttore dello stesso carcere, comandante della polizia giudiziaria di Tripoli, indagato dalla stessa Corte per dodici capi d’accusa, ma in libertà, in Libia, grazie a una decisione dello Stato italiano che oggi ci opacizza come paese e pesa sulla nostra storia recente. Prima di ogni analisi, a nostro avviso, vengono le voci. Le voci di chi a Mitiga, e nei centri di tutta la Libia che le politiche europee finanziano, ha lasciato la propria pelle o, forse peggio, la propria anima, psiche. Sono parole non facilmente assimilabili. Vanno lette interamente, perché una sintesi sarebbe un girarsi di spalle a chi ci sta parlando, testimoniando l’orrore in cui è finito, orrore che come paese abbiamo contribuito a creare, anzi abbiamo pagato affinché fosse possibile.
PARTE PRIMA. LE VOCI.LE VOCI DI MITIGA DAVANTI AI GIUDICI
Testimone P-0644, citato dall’Accusa. Descrive l’autorità che El Hishri esercitava nel carcere di Mitiga e la paura che ispirava.“Quando entrava nella prigione, si potevano sentire le mosche volare. Vuol dire che ognuno aveva paura. Tutti tacevano e le guardie erano molto rispettose.”Testimone P-1031. Un soprannome.“Lo chiamavamo l’angelo della morte.”Testimone P-0692.
Sul comportamento quotidiano dell’imputato a Mitiga.“Le persone in prigione avevano paura di Khaled El Hishri, perché portava sempre la sua arma ed era pronto a giustiziare la gente.”Testimone P-0720. La frase che condensa la natura del comando esercitato a Mitiga.“Che fate? Voi cercate di aiutarli, e noi cerchiamo invece di portarli alla morte.”Testimone P-0486. Sulla detenzione.“È stato come cadere dentro muri lisci da cui non si poteva uscire.”Testimone P-1673. Sulla tortura psicologica e sulle umiliazioni quotidiane subite a Mitiga.“Mi sentivo inutile, desolato e devastato. Il tormento psicologico era peggiore della sofferenza fisica; l’umiliazione ha lasciato profonde cicatrici nel mio psichismo. Gli insulti, le umiliazioni permanenti riducevano e amplificavano la sofferenza mentale e psicologica dei detenuti. Si entrava sentendo, di notte e di giorno, le grida di chi veniva torturato; si erano testimoni di altri detenuti uccisi, colpiti da arma da fuoco, picchiati, lasciati senza cure.”Testimone P-1026.“Non ho mai visto nulla di così orribile. Era come se venissero da un altro pianeta. Non sono umani per trattare le persone in questo modo. Penso che se in futuro dovessero arrestarmi di nuovo, preferirei morire piuttosto che tornare là.”Testimone P-1046. Sugli anni rubati alla famiglia.“Parlare delle visite della mia famiglia suscita in me molta emozione. Li ho visti raramente durante la mia detenzione. I miei figli piccoli sono cresciuti durante la mia detenzione e i miei ragazzi adolescenti avevano la barba quando sono stato liberato, mentre erano ragazzini quando mi avevano arrestato.”
Testimone P-0872, ex detenuta. Sull’eredità della detenzione, anni dopo la liberazione.“A causa di ciò che mi è accaduto, non mi sono mai più sentita al sicuro e non mi sono mai più rilassata. Sono sempre preoccupata che tornino ad arrestarmi. Ho perso tutto.”Testimone P-1682, ex detenuta. Una testimonianza che vale come uno specchio.“L’arresto e la tortura non erano semplicemente un incidente accessorio e passeggero, era un terremoto che ha rotto tutto, tutto ciò in cui credo, tutto ciò che costituiva una stabilità nella mia vita. Da quel giorno porto il peso dell’ansia nel petto, è come se il mio respiro non mi appartenesse più ed è come se la sicurezza fosse diventata un concetto distante che non si può raggiungere. La mia relazione si è rotta, la mia immagine è stata deformata agli occhi degli altri, la mia carriera si è distrutta senza motivo, semplicemente perché sono stata una vittima in un’epoca che non riconosce le vittime. Le voci degli oppressi, le grida delle persone torturate, l’oscurità delle celle fredde mi perseguitano l’anima. Non ho davvero lasciato la prigione; il mio corpo ha lasciato la prigione, ma il mio spirito è rimasto imprigionato.”
(continua) Testimone P-1682.“Porto in me i ricordi come una ferita che non guarirà mai, e cerco attraverso questo dolore la giustizia, un sentimento di equità, una luce che possa dissipare le tenebre che hanno piantato nelle profondità del mio spirito. Questo arresto non mi ha solo preso la libertà, ha rubato gli anni della mia vita e ha lasciato segni che continueranno a sanguinare, ferite che continueranno a sanguinare per sempre.”Testimone P-1736, donna detenuta, vittima diretta di El Hishri.“Rinascerò quando sarà fatta giustizia.”
LA SEZIONE FEMMINILE
La sezione femminile di Mitiga era sotto il controllo personale e diretto di El Hishri. Solo lui aveva le chiavi, solo lui apriva le porte, niente accadeva senza il suo consenso. Le testimonianze raccontano una giurisdizione del corpo femminile.
Testimone P-0943. Interrogata da El Hishri e dai suoi uomini.“Gli interrogatori mi hanno maledetta, insultata, hanno strappato il mio velo durante l’interrogatorio e mi hanno ordinato dicendo: “Parla, cagna”. Nella mia cultura, è la fine della vita di una donna se un uomo le toglie il velo contro la sua volontà. È molto offensivo per un uomo farlo. Mostrava che potevano fare della prigioniera tutto ciò che volevano. Mi sono sentita completamente impotente e vulnerabile. Mi sono sentita come se tutto fosse finito. Sono diventata completamente depressa per queste azioni.”Testimone P-1736. Un giorno qualunque nella sezione femminile.“Khaled El Hishri portò due giovani detenuti maschi che sembravano essere stati gravemente picchiati. Ordinò alle donne di non dare loro né acqua né cibo, avvertendo che, se lo avessero fatto, le donne avrebbero preso il loro posto. Disse ai due ragazzi: “Non valete la pena che vi si uccida, morirete qui”. Non sopravvissero.”
Dalle requisitorie dell’Accusa, basate su più testimoni della sezione femminile.“Su di loro si sparava, venivano frustate, sospese al soffitto, tirate per i capelli, stuprate. Subivano palpeggiamenti, venivano picchiate fino al sangue. I loro stessi figli erano spesso testimoni delle violenze a loro carico.”Testimone riferita dall’inviato Luca Casarini dall’aula dell’Aja, 22 maggio 2026. Sull’uomo che ha assistito all’agonia di una donna torturata e stuprata, poi morta. Sono parole pronunciate da El Hishri.“Se un diavolo muore, gli angeli sono contenti.”La cronaca dell’aula, dalle deposizioni del secondo giorno di udienza: il modus operandi di El Hishri verso le madri detenute.“«Cagne», «schiave», «puttane» erano gli appellativi per le madri violentate davanti ai figli, oppure fatte abortire a pugni in pancia se erano incinte. I bambini piccoli che piangevano non commuovevano El Hishri. Li prendeva a calci, o li uccideva. Ad alcuni è toccato essere stuprati da lui, personalmente.”
LA ROUTINE: CIBO, MALATTIE, SEVIZIE
Vittima a/00004/26. Quarantacinque chili persi in poche settimane.“Ho perso più di 45 chili a causa della mancanza di cibo, della malnutrizione e della promiscuità nelle celle. Eravamo più di 42 detenuti ammassati in una cella esigua. Ho sofferto di scabbia o di prurito costante per tutta la durata della mia incarcerazione. E nonostante le mie ripetute richieste, non ho mai ricevuto cure né medicine.”Vittima a/00014/26. La tortura come pratica quotidiana.“La tortura consisteva talvolta nello spegnere sigarette sui nostri corpi. Eravamo anche sospesi per le mani sopra di noi. Il trattamento era estremamente duro. Il cibo era sistematicamente ridotto a un pezzo di pane e a un litro d’acqua al giorno. In inverno eravamo lasciati senza vestiti né riscaldamento e in estate senza aria condizionata. Le malattie della pelle si sono diffuse lasciando segni duraturi sulla mia schiena; la tubercolosi si è anche diffusa, colpendo dieci persone, tutte decedute.”Vittima a/00023/26. La fila per i sanitari.“L’accesso ai servizi igienici era regolato da una fila d’attesa, e ci si poteva accedere solo dopo una quarantina di altri detenuti, rendendo estremamente difficile la gestione dei bisogni corporei più elementari. Abbiamo così sviluppato condizioni come stitichezza, emorroidi e infezioni urinarie. Eravamo costretti a dormire in piedi, dandoci il cambio ogni sei ore per ottenere un posto dove sdraiarci. Lo spazio attribuito a ciascun detenuto non superava il passo, o il passo e mezzo, e questo ha provocato la comparsa di varici per le lunghe ore in piedi.”Sopravvissuto Mitiga, assistito a Pozzallo nel 2017.
Una delle testimonianze più crude raccolte da Medici per i Diritti Umani.“Siamo stati portati in una prigione vicino a Tripoli chiamata “Mitiga”. Ho subito molte forme di violenza. Ero picchiato ogni giorno. Sono stato torturato mentre la mia famiglia ascoltava al telefono le violenze che subivo, per costringerli a pagare il riscatto. Mi legavano le gambe e mi appendevano a testa in giù, poi colpivano le piante dei piedi con grande violenza. A volte mi versavano addosso acqua fredda e poi mi picchiavano su tutto il corpo con duri tubi di plastica.”
